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  • Ultimo Aggiornamento: 19 Agosto 2017 - 18:16

L'Amico Laerte fa il pieno

Amico Laerte Zicchetti Gori Silvana Laerte PrestiPubblico della grandi occasioni in piazza Battaglini per festeggiare i 50 anni del film amatoriale “L’amico Laerte”. “Un film piccolo ma non un piccolo film”, ha detto Miro Gori, presidente di Sammauroindustria, associazione che ha promosso la serata. Per tanti è stato come un ritorno al passato, alla San Mauro agli albori del boom economico calzaturiero, disseminata di fabbriche molte delle quali non più presenti da anni (Mir Mar, Paganelli, Ricci), spaccato sociale sulla cultura del tempo.

Artefici dell’impresa furono il regista Paolo Pollini, scomparto alcuni anni fa, aiutato da Giorgio Zicchetti, insieme agli “attori” Laerte Stella e Fernanda Silvagni, tutti presenti alla serata. Il corto narra la storia di un amore impossibile tra un operaio calzaturiero (Laerte) e una impiegata (Fernanda), nel contesto della San Maro in pieno rigoglio economico. “Tutto nacque da una scommessa al bar: ci si chiedeva se saremmo stati in grado di girare un film -  ha detto Giorgio Zicchetti – Malgrado i mezzi quasi di fortuna di quegli anni alla fine l’impresa riuscì”.

“Per me ha significato la possibilità delle prime uscite da sola – ha affermato Fernanda Silvagni – Ricordo un clima molto goliardico e divertente. Eravamo un gruppo di amici che si vedeva la domenica, unico giorno delle riprese, e non era chiaro cosa avremmo fatto insieme”.

E proprio sul fatto che ancora a 50 anni di distanza si parli di quel film è lo stupore del personaggio principale, Laerte Stella. “Quello che dovevamo fare ci veniva detto sul momento. Anche se devo dire che mai una scena fu girata più di una volta. Probabilmente abbiamo capito nei decenni successivi il valore di questo film, non sul piano qualitativo, ma della testimonianza di quegli anni”.

Miro Gori ha parlato dei tanti spunti di quella pellicola: “sono tanti gli spunti di quello che è un melodramma a tutti gli effetti: lo spostamento dalle campagne alle nascenti fabbriche di scarpe, il divario sociale tra l’operaio che lavora nella manovia e la voglia di riscatto sociale rappresentato dalla impiegata, l’affermarsi di una cultura industriale nel paese”.

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