Accedi con:
  • Ultimo Aggiornamento: 23 Agosto 2017 - 15:57

INTERVISTA A VITTORIO POLLINI

Pollini VittorioUna famiglia dedicata alle scarpe”, si intitola il libro di qualche anno fa che racconta la sua vita. In quel titolo c’è tutto di Vittorio Pollini: la famiglia (emblematici i 60 anni insieme alla moglie Adriana); le scarpe, che hanno fatto del marchio ‘Pollini’ uno dei brand di punta del made in Italy. Abbiamo incontrato Vittorio a casa sua, nella sua amata San Mauro, luogo dove è nato e dove ancora oggi è fiero di vivere, malgrado una vita in giro per il mondo.
Com’è la vita da pensionato?
“Ci si adegua. Ho bravi figli, sto bene di salute, mi godo il tempo libero. Dopo tanto lavoro, fermarsi ci sta”.
Pentito della cessione totale dell’azienda nel 2005?
“A 70 anni era impensabile poter continuare a guidare l’azienda. Fare l’imprenditore oggi significa girare il mondo, scelta non sempre facile”.

 


Nessuna divergenza col gruppo Aeffe?
“Diciamo che avrei preferito scelte diverse da parte dei nuovi acquirenti ma è acqua passata”.
Che azienda ha lasciato?
“Un marchio conosciuto in tutto il mondo, 230 dipendenti, 16 negozi monomarca”.
Se oggi avesse 20 anni farebbe ancora le scarpe?
“Certamente, anche se la situazione è molto più difficile di allora”.
Perché?
“Un tempo se un mercato andava male, se ne apriva un altro. Adesso invece siamo davanti a una crisi generalizzata su scala mondiale che mette in discussione tutto il sistema”.
Chi comprava le prime scarpe di Pollini?
“I turisti delle spiagge della Riviera, poi il mercato si è allargato a tutta l’Italia. Dopodiché siamo andati all’estero, inizialmente in Europa, soprattutto Francia e Germania, poi gli Stati Uniti, il Giappone e così via”.
Perché ha dedicato la vita alle scarpe?
“Mio nonno era calzolaio, dunque una scelta quasi obbligata, già all’età di 13 anni. Sono nato nel 1935, in quegli anni chi aveva i soldi studiava, gli altri si arrangiavano con altri mestieri: il ciabattino a San Mauro erano uno dei primi”.
Che scarpe si facevano in quegli anni?
“Soprattutto da uomo, di qualità bassa. Bisogna però inquadrare il periodo: il paese era stato quasi completamente distrutto dalla guerra, la povertà dilagava. Un paio di aneddoti rendono bene la situazione: durante i bombardamenti sfollammo a Viserba; nel ‘47 mio babbo si ammalò di broncopolmonite e andammo in Svizzera a curarlo perché da noi non c’era la penicillina”.
San Mauro è partita con la bassa qualità, oggi fa tendenza nel mondo.
“E’ un gap che siamo riusciti a superare nel corso dei decenni con il duro lavoro. Nel secondo dopoguerra era impensabile immaginare che avremmo superato una città come Bologna, e invece è avvenuto”.
Le ragioni del successo del nostro distretto?
“Oltre alla passione, la modestia di imparare, e una artigianalità che ci ha contraddistinto. Sono cresciuto in bottega, ho imparato a fare le scarpe dalla A alla Z. Adesso un giovane si specializza nel suo ambito, è tutto diverso”.
A proposito di Bologna, le prime scarpe di Pollini erano per la Bruno Magli.
“Alla fine del ’57 producevamo 50 paia di scarpe al giorno. Un mattino si fermò un’automobile davanti al nostro cancello: era Marino Magli. Da quel giorno sino al 1961 abbiamo prodotto per quel prestigioso marchio, crescendo con loro”.
Il campionario più bello?
“Ogni campionario era un traguardo. Fondamentale è stata la continua innovazione. Pensi che già nel ’65 facevamo le borse. Avevamo capito che oltre alle scarpe era necessario scommettere su tutta la linea della pelletteria, scelta che ci ha dato ragione”.
L’errore più grande che ha commesso?
“Non comprare un negozio in via del Condotti a Roma, in una delle zone più prestigiose”.
Per quale motivo?
“Si trattava di investire una cifra notevole, circa 1 miliardo 200 milioni di vecchie lire. Ero titubante sui rischi, ho sempre fatto un passo alla volta, mai più lungo della gamba. Comunque sia arrivò Ferragamo e se lo comprò a 4 miliardi e 600 milioni. Adesso ha un valore di cui non oso immaginare la cifra”.
La scarpa che le ha dato maggiore soddisfazione?
“Difficile dimenticare quelle per Ayrton Senna”.
Come vede la situazione economica dell’Italia?
“Difficilissima e francamente non so come ne usciremo. Siamo in recessione e aumenta tutto, dalle tasse all’energia. La politica non dà risposte. Adesso i giovani si stanno ‘mangiando’ i soldi dei loro nonni e genitori. Che prospettive del futuro possono avere in quadro di questo tipo?”.
Tutto nero, quindi?
“L’unica nota positiva è arrivata dalla chiesa che ha eletto Papa Francesco I, almeno un po’ di speranza qualcuno ce la dà”.
Qualche giorno fa sono stati presi gli autori del furto nella sua azienda nel 1999.
“Fu un momento drammatico. Arrivarono mitra in mano, legarono il personale e ci ripulirono di tutto, per un danno di 1 miliardo e 600 milioni. Furono bravi i carabinieri che qualche giorno dopo ritrovarono la merce a Milano salvandoci la stagione”.
Ultima domanda. Lei, sammaurese di nascita, cosa ne pensa della fusione con Savignano?
“Sono favorevole a patto che si arrivi a una effettiva riduzione dei costi nella pubblica amministrazione. Non ha più senso arroccarsi nel campanilismo, lo considero ormai una questione di sole gare sportive”.

Aggiungi commento

Regole per aggiungere nuovi commenti:
* i commenti degli utenti registrati (che hanno fatto il login) vengono visualizzati immediatamente;
* i commenti degli utenti non registrati vengono pubblicati dopo essere stati valutati dalla Redazione (la registrazione è gratuita);


Codice di sicurezza
Aggiorna

VIGNETTA

ULTIMI COMMENTI