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  • Ultimo Aggiornamento: 25 Luglio 2017 - 08:28

Sul dialetto di Annalisa Teodorani

DialettoL'esordio in poesia di Annalisa Teodorani rimonta al 1999. Ne ebbi subito notizia, se la memoria non mi tradisce, dall'editore riminese Luisè: ho pubblicato - mi raccontò - Par sénza gnént (Per niente), la prima raccolta di una poetessa di Santarcangelo, che sebbene giovanissima, è nata nel 1978, scrive in dialetto. Ne parlai nel “Corriere Romagna”, annotando che il libro si collocava nell'alveo di due tradizioni: una della poesia che predilige il tono basso e le cose umili e da poco (si pensi, per fare un esempio sommo, alle Myricae del nostro Pascoli); l'altra, assai localizzata, costituita, a Santarcangelo, da un gruppo di autori di eccezionale talento che avevano scelto il dialetto come loro lingua di poesia, e definiti con la locuzione, in origine ironica, E' circal de giudèizi (Il circolo del giudizio). Si trattava di Tonino Guerra, Lello Baldini, Nino Pedretti, Gianni Fucci; ai quali mi piace aggiungere una donna, anche se non appartenente al “circolo” ma coeva e santarcangiolese, Giuliana Rocchi. Il libro, che indicava sin da copertina e frontespizio il numero delle poesie raccolte, trenta, godeva dell'assai autorevole Introduzione di Fucci che ne indicava modi e caratteri. Da parte mia, dopo aver segnalato la quota di rischio del poeta che nasce in una terra così ferace, di poesia naturalmente, precisavo: “Annalisa Teodorani, all’interno di tanto habitat, ha saputo aprirsi una strada non priva di originalità. Se trenta poesia non sono molte per battezzare un nuovo talento, e dunque dobbiamo considerarle solo una premessa, di certo sono una bella premessa”. Mi sfuggiva, tuttavia, un dato fondamentale che adesso m'è chiaro: che il numero non elevato delle poesie, come per altro la loro asciuttezza e brevità, era un elemento costitutivo di quell'originale discorso d'autore, “par senza gnént”, che Annalisa Teodorani s'avviava a costruire. Seguirono le raccolte: La chèrta da zugh (La carta da gioco, Presentazione di Andrea Brigliadori, Postfazione di Narda Fattori, 2004, 28 poesie) e Sòta la guaza, (Sotto la guazza, Presentazione di Manuel Cohen, 2010, 24 poesie) entrambe per i tipi del Ponte Vecchio, e La stasòun dagli amòuri biénchi (La stagione delle more bianche, 2014, 38 poesie: un incremento significativo rispetto alle precedenti 24) per l'editore CartaCanta. Tutte si fondano con singolare coerenza sulla rarefazione, sulla leggerezza. Dal punto di vista tematico dominano situazioni feriali, l'ambiente domestico e naturale. Permane quello che potrebbe dirsi lo scatto o scarto finale (proprio di molta poesia romagnola a partire dal padre fondatore Olindo Guerrino fino ai grande Walter Galli e Nino Pedretti) ma coltivato secondo modi propri. Eccone un esempio dall'ultima raccolta citata (l'ultima essendo Nient’altro che parole, ebook di Feltrinelli, 2016; dove prevale la lingua italiana) dalla poesia del titolo: “ch'al chésca da par lòu / da la dispéraziòun (che cadono da sole / per la disperazione)”.

Gianfranco Miro Gori 

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