Accedi con:
  • Ultimo Aggiornamento: 26 Aprile 2017 - 11:42

Il cappello del Passatore. Sull'identità romagnola

Pelloni minGiusto oggi si conclude negli spazi della Fiera di Cesena “Sono romagnolo”, la fiera dell'identità romagnola. Che espone i caratteri di questa regione. Che non è tale dal punto di vista amministrativo - anche se qualcuno ha coltivato e promosso quest'idea - ma lo è certo dal punto culturale nel senso più ampio del termine.

Negli anni sull'argomento si è scritto e detto non poco, anche da parte mia. Qui intendo proporre una rapida riflessione proprio sull'idea di identità, partendo dal cappello del Passatore. Tutti i romagnoli sanno chi sia questo famigerato e crudele bandito, Stefano Pelloni all'anagrafe, che grazie ai racconti popolari, legittimati da poeti, scrittori, cineasti: Pascoli, Fusinato, Dall'Ongaro, Corra, Serantini, Coletti, Nelli, Guerra... è diventato un bandito sociale, una sorta di Robin Hood. La cui immagine più diffusa, pop per così dire, in Romagna da parte degli stessi romagnoli (il Consorzio vini, per l'esattezza), lo rappresenta col cappello tipico del brigante meridionale e lunga barba; un'immagine assai distante da quella che parrebbe l'unica di Pelloni con cappelluccio e baffi.

Perché gli abitanti di questa regione (“un'isola del sentimento”, come la definì Guido Nozzoli), così fieri delle loro radici, non hanno applicato un minimo di filologia? La prima e unica risposta che mi affiora alla mente è la seguente. Essi hanno pensato che l'immagine del bandito meridionale fosse molto più potente, diffusa di quella del bandito romagnolo. Com'è di fatto. Così l'hanno sostituita a quella autoctona, tradendo la fedeltà ma ottenendo una immediata maggiore riconoscibilità nei vasti pascoli dell'immaginario. Che credo fosse ciò che volevano.

Hanno fatto male? Hanno fatto bene? Provo a rispondere con una modesta postilla di cui sono convinto. L'identità non è qualcosa di fisso e immutabile; non è qualcosa di naturalmente dato; ma evolve, si modifica. In un bellissimo saggio, Hobsbawm e Ranger, hanno spiegato che la tradizione s'inventa. Lo stesso vale per l'identità. Che è un progetto, un'idea. Nel momento in cui essa si ferma, s'ischeletrisce, diventa inutile, anzi negativa, fino a proporre aberrazioni come la razza. Cosicché allora, per concludere, possiamo affermare che il cappello del Passatore, su cui ci siamo soffermati, in fondo è quello giusto.

Gianfranco Miro Gori

Aggiungi commento

Regole per aggiungere nuovi commenti:
* i commenti degli utenti registrati (che hanno fatto il login) vengono visualizzati immediatamente;
* i commenti degli utenti non registrati vengono pubblicati dopo essere stati valutati dalla Redazione (la registrazione è gratuita);


Codice di sicurezza
Aggiorna

ULTIMI COMMENTI