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  • Ultimo Aggiornamento: 26 Aprile 2017 - 11:42

Un faro che non s'ha da fare

Faro minNon s'è ancora spenta l'eco delle polemiche sul museo sul fascismo da realizzare nella ex casa del fascio di Predappio, che esplode il caso della riaccensione del faro posto da Mussolini nella rocca delle Caminate nel comune di Meldola.

I due fatti si tengono. Diverse le dimensione, ma per entrambi notevole la potenza simbolica. Nel primo caso si è partiti dall'idea di realizzare un centro di documentazione internazionale sui fascismi del Ventesimo secolo per andare alla deriva anzi degenerare in un museo del/sul fascismo. Ma com'è possibile dedicare un luogo delle Muse a un'orribile dittatura? Per buona sorte pare si stia tornando al progetto originario del centro di documentazione.

Il secondo caso è assai più circoscritto ma alta, anche se non altrettanto, è la posta in gioco. Che significato ha, nell'Italia contemporanea, riaccendere un faro che lo stesso dittatore aveva voluto porre, nel 1927, nella sua residenza della rocca delle Caminate, perché con la potente luce del tricolore ricordasse alla Romagna tutta e ai romagnoli che il duce vegliava, per così dire, su di loro? Prima di rispondere occorre sapere che nella rocca si riunì, all'inizio, il consiglio dei ministri della Repubblica sociale italiana; poi essa divenne luogo di orrende torture contro i partigiani, tra cui il comandante Carini, nome di battaglia Orsi. Oggi è stata ristrutturata per ospitare iniziative di studio e la ricerca e anche una foresteria. Ecco ora la mia semplice risposta. Riaccendere quel faro significherebbe ricordare Mussolini ed eventualmente attirare il turismo nostalgico già presente a Predappio. Ma dopo vent'anni di dittatura, dopo le leggi razziali, dopo una guerra disastrosa (ricordo en passant che il dittatore proclamò cinicamente che gli serviva qualche migliaio di morti per sedersi da vincitore al tavolo della pace), non ha alcun senso, se non negativo, ricordare questo atto del duce, senza poterne cambiare la portata simbolica. Infatti anche se se ne cambiassero - come suggerisce qualcuno -  i colori: non il tricolore ma l'arcobaleno della pace o il rosso dell'VIIIª brigata Garibaldi, rimarrebbe sempre e comunque, purtroppo, il faro di Mussolini. È bene, dunque, che quel faro rimanga spento.

Se è lodevole e necessario studiare il fascismo per capirne la genesi, lo sviluppo e le forme in cui si cela e ricompare, per non più ricadervi; non si capisce a che pro ricordare l'atto propagandistico di un dittatore, tanto meno se si tratta di una lusinga rivolta a turisti nostalgici.

Gianfranco Miro Gori

 

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