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  • Ultimo Aggiornamento: 21 Settembre 2017 - 12:57

Sul fascismo e il cinema

Duce cinemaIn Romagna il dibattito sul fascismo continua. Il prossimo appuntamento è a Forlì, la mattina di sabato 22 aprile nella sede della ex Gil: si parlerà di cinema e fascismo. Uno dei più celebri slogan del regime mussoliniano è: “La cinematografia è l'arma più forte”. Grosso modo intende riferirsi alla potenza persuasiva e propagandistica del nuovo medium. Come gli altri dittatori del Ventesimo secolo, Mussolini capì subito la forza del cinema ai fini della politica fascista e schierò molto in fretta le sue truppe audiovisive. A partire dal 1925, infatti, gli interventi del regime si susseguono senza sosta. L'avvio è dato, proprio in quell'anno, dal Luce; l'anno dopo è la volta della Federazione nazionale fascista delle industrie dello spettacolo; nel ’32 nasce - a dir il vero all'inizio senza grande interesse del regime che però ne capisce ben presto l'importanza - la Mostra del cinema di Venezia, primo festival al mondo; nel ’34 viene istituita la Direzione generale per la cinematografia nell'ambito del Sottosegretariato per la stampa e la propaganda; nel ’35 il Centro sperimentale di cinematografia, il Ministero per la stampa e la propaganda, l' Enic (ente di Stato per la produzione, la distribuzione e l'esercizio); nel ’37 nascono Cinecittà e il Ministero della cultura popolare; nel ’38 è varata la legge sul monopolio che espelle le majors americane dal mercato italiano di cui occupano la parte principale; nel ’41 nasce la società di produzione Cines. Ho stilato questo lungo e non completo elenco perché mi pare dia l'idea dell'impegno fascista in quella che il regime considerava una macchina assai potente per la costruzione del consenso: consenso che arrivò nella seconda metà degli anni Trenta, per ammissione degli stessi oppositori, a livelli assai alti; salvo crollare dopo l'entrata in guerra e le prime sconfitte del regio esercito italiano.

Resta da dire, in conclusione, la particolarità del fascismo che, rispetto agli altri regimi totalitari non volle mai, come accadde in Germania e in Urss, addivenire a un cinema di Stato. Profuse grande impegno nei cinegiornali del Luce nei quali primeggiavano la figura del duce e le imprese del fascismo, produsse documentari, ma s'impegno assai poco nel cinema di finzione commerciale, lasciando campo libero ai produttori privati per i quali funzionò la censura e sopratutto l'autocensura. Allo stesso modo tra gli oltre mille film prodotti nel ventennio, i film narrativi direttamente propagandistici, i film in orbace insomma, arrivarono al massimo a venti. Mussolini preferì affidarsi alla produzione commerciale in cui dominavano le commedie e i film storici. Le prime raccontavano storie di “buoni sentimenti” che non mettevano in  discussione capisaldi sociali come Dio, patria e famiglia; i secondi mostravano vicende del passato,  alludendo al presente fascista e ponendolo come ultimo esito delle glorie italiche.

Di tutto questo, detto qui in modo assai sommario, si discuterà in maniera approfondita nel convegno citato nell'incipit.

Gianfranco Miro Gori

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