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Chiesa dei SS. Pietro e PaoloIl primo nucleo abitato di San Mauro è sorto intorno al tempio costruito nell’anno 89 a.C. dedicato a Giove Capitolino, di fianco al “Rio Salto -Rivus Saltus- affluente del vicino fiume Uso, antico Rubicone.

Dalla dedicazione di questo tempio a Giove Capitolino è derivato il toponimo GIOVEDIA.

Nel nostro territorio sono stati scoperti anche reperti risalenti all’età del ferro, età villanoviana e successive, ma si tratta di stanziamenti di popolazioni nomadi non stabili.

Molto probabilmente il fiume e Uso segnava il confine, con a sud i Romani e a nord i Galli Senoni e i Galli Boi.

Altre ipotesi danno come confine di Roma il fiume Rio Salto.

Attraversare il confine in armi significava in pratica dichiarare guerra a Roma. Questo spiega anche l'indecisione, l’esitazione e le paure che hanno spinto nel 49 a.C. Gaio Giulio Cesare a fermarsi al tempio dedicato a Giove Capitolino -Giovedia- a pregare e chiedere protezione per la sua decisione di attraversare il fiume Uso antico Rubicone.

Dopo aver pregato e chiesto protezione al Dio Giove, Gaio Giulio Cesare attraversò il fiume Uso antico Rubicone su un “Punticulum" con la sua legione preferita, la più fedele, la più preparata; la “XIII Legio Gemina”.

Secondo diversi studiosi di storia romana, era usuale che il culto pagano del Dio Giove (divinità suprema, re di tutti gli Dei) sia stato sostituito in età cristiana con quello di San Pietro, primo Papa e fondatore della Chiesa.

Nell’età antica una grande area, che andava dal fiume Po ai nostri corsi d'acqua, era coperta da un'immensa impenetrabile foresta di querce chiamata dai Galli “Selva Litana”, così la descrive Tito Livio “Silva erat vasta, Litanam Galli vocant - c'era una foresta chiamata dai Galli Litana, la vasta -.

Nello stesso territorio era presente lo “Stagno Padusa", una vasta palude scomparsa in seguito alle opere di bonifiche dei romani.

In questa Selva furono combattute importanti e aspre battaglie, Tito Livio narra quella del 216 a.C. tra i Galli Boi e i Romani comandati dal pretore Lucio Postumio Albino.

I Galli Boi rovesciarono addosso ai Romani gli alberi precedentemente tagliati in modo che si reggessero, ma che con un lieve urto precipitassero. Fu tanta la strage che appena dieci uomini, come racconta Tito Livio, scamparono.

Altra importante battaglia nel 195 a.C. ma in quella occasione i Romani comandati dal console Lucio Valerio Flacco decimarono i Galli Boi.

Ma torniamo a parlare della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo.

Di seguito un breve riepilogo delle diverse dedicazioni della Chiesa*:

-nel 1033 in un documento viene citata come antichissima Chiesetta rurale con il nome di “ECCLESIA SANCTI PETRI IN SALTO"

-nel 1500 assumerà il nome di “SAN PIETRO IN GIOVEDIA”

-nel 1620SAN PIETRO DELLA TORRE”

-nel 1745 una perizia descrive tutta la zona nel seguente modo; “consistenza di 2075 tornature (620 ettari) la casa domenicale detta La Torre si presenta con cortile, forno portico, ed altri annessi e connessi, con la cappella contigua dedicata ai “SS. PIETRO e PAOLO”, con terreno ad uso d'orto ed altro terreno con vivai, con altre piante d'olmi e mori e altre aderenze e pertinenze, il tutto di ragione della reverenda Camera apostolica”.

A partire da quell'anno la dedicazione della Chiesa ai SS. PIETRO e PAOLO non subirà modifiche.

In quegli anni, 1500 e a seguire, la zona di Giovedia e la torre erano fiorenti con diversi fondi coltivati, aree boschive e allevamenti di animali. Il tutto con un'area fortificata dove vive il feudatario, con un oratorio per i bisogni religiosi di tutti.

Un anonimo cronista così descrive Giovedia: “luogo di delizie degli Zampeschi che vi possedevano una villa con riserva di caccia”

Come dare torto a questo anonimo antico reporter.

Il nostro territorio era quindi molto ambito e proprio per questo ha subito un numero importante di dominazioni*:

lungo potentato Malatestiano (1247-1443), degli Isei (1443-1462), degli Zampeschi (1462-1480), dei Riario (1480-1484), ancora degli Zampeschi (1484-1494), dei Riario (1494-1499), di Cesare Borgia (1499-1503), della Repubblica di Venezia (1504-1505), nuovamente i Riario (1505-1508), e ancora degli Zampeschi (1508-1578), dal 1578 San Mauro e Giovedia ritornano sotto il dominio della Chiesa.

*da Storia di San Mauro Pascoli di Susanna Calandrini.

Nell'anno 1828 l'intero compendio Torre, diventa di proprietà dei principi Torlonia, prima Giovanni e dopo la sua morte il figlio Alessandro.

Importanti i lavori che i principi Torlonia hanno svolto alla Torre; ampliamento del fabbricato principale, restauro della mura di cinta, nuovi portici.

Fondamentali per lo sviluppo dell'attività agraria della Torre anche l'introduzione di nuove colture.

Anche la Chiesa dei “SS. PIETRO e PAOLO” viene interessata da importanti lavori.

Dalle mappe Gregoriane rileviamo che la Chiesa copriva una parte della facciata del palazzo, i Torlonia decisero di spostarla indietro, nella posizione che oggi conosciamo.

Non siamo in grado di sapere se questo spostamento è stato necessario per via dei lavori realizzati, se sia stato eseguito per una migliore simmetria di tutto il fabbricato, in particolare con la casa dei Fattori o per dare più visibilità alla struttura del palazzo.

Tutti gli anni il 29 giugno il principe Torlonia per festeggiare alla Torre la solennità dei “SS PIETRO e PAOLO” ospitava a pranzo tutti i suoi mezzadri.

Siamo a questo punto giunti ai nostri giorni e dopo molti anni di abbandono e decadenza tutto il compendio Torre è tornato all'antico splendore.

Questo grazie all'Amministrazione Comunale che ha curato il restauro, ai volontari dell'associazione Torre e della Pro Loco Aisém che con feste e iniziative tengono vive la nostre antiche tradizioni.

Riportiamo di seguito due “articoli" presenti negli antichi statuti di San Mauro attinenti al nostro racconto.

STATUTA SANCTI MAURI A.D. 1522

Libro primo Rub. 18 – De oblationibus fiendis in festivitatibus Sancti Iohannis et Petri -Offerte per le festività dei santi Giovanni e Pietro-.

“Alla salute dell'anima giova ogni tanto essere liberi da compiti d'ufficio, perciò viene fissato che ad ogni festa dei santi Giovanni e Pietro il massaro deve acquistare, a spese del comune, un doppione di cera del valore di trenta soldi e dieci candelotti da un soldo ciascuno. Il vicario e i consiglieri li terranno in mano e li offriranno durante le celebrazioni religiose dei giorni suddetti. Il massaro negligente incorrerà in una pena di venti soldi; il vicario e i consiglieri negligenti, in una pena di quaranta soldi ciascuno.

Libro terzo Rub. 30 – De pena blasfemantis Deum vel Samctos -Pena per chi bestemmia Dio e i santi- .

“A chi bestemmia o maledice Dio o la Madonna, è comminata una pena di cento soldi. La bestemmia contro i santi e le sante comporta una pena dimezzata. Le quali pene il vicario farà depositare nello zocco del comune. Chiunque sia in grado di denunciare un bestemmiatore, avendo un testimone degno di fede, ha diritto alla metà della pena.

 

Mauro e Giuseppe

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