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casa pascoli 1L'infanzia spensierata di Giovanni Pascoli, “Zvanì” come lo chiamava la madre Caterina, è legata in modo indissolubile al nido di San Mauro, quella «casina bianca con le persiane verdi» nel cui giardino il poeta «ruzzava e scavallava» insieme ai fratelli, tra gli alberi e le piante che lo riempivano, ai profumi rimasti indelebili nella sua memoria. Sappiamo che il padre Ruggero aveva realizzato delle piccole bocce per i figli e che addirittura un giorno, dopo la scuola, mentre i fratelli più grandi Luigi e Giacomo giocavano in giardino, una boccia tirata dal fratello Luigi, avesse accidentalmente colpito il piccolo Giovanni che stava guardando la partita. Di quella ferita proprio sopra l'occhio sinistro sarebbe rimasta la cicatrice per sempre.
Il poeta ricorda i giochi in giardino, in cui ci si rincorreva felici, in cui si giocava alla guerra:
E io ruzzavo e scavallavo nel giardino avanti casa, tra i pini i cedri del Libano, gli ippocastani e le thuie, i cipressi che erano tanti sebbene fossero uno o due per sorta, ed erano cosi grandi benché cosi giovani, ed erano cosi folti che, giocando alla guerra con un mio fratello, potevo imboscarmi, assalir di sorpresa, riuscire alle spalle del nemico, e vincere la battaglia. La quale era combattuta da vicino e da lontano; e le spade erano foglie, lunghe e taglienti, di giaggiolo, e i proiettili erano bacche di cipresso.



La serenità dell'infanzia viene infranta dalla morte del padre, ucciso il 10 agosto 1867 e quelle caldi estati giocose alla Torre, al ritorno a casa dal collegio di Urbino, per le vacanze, saranno solo un ricordo.
È commovente questo passo, tratto dalla prefazione ai Canti di Castelvecchio, dedicati alla madre:
io non posso dimenticare certe sue silenziose meditazioni, dopo un giorno lungo di faccende, avanti i prati della Torre: ella stava seduta sul greppo, io appoggiava la testa sulle sue ginocchia e così stavamo a sentir cantare i grilli e a vedere i lampi di caldo all’orizzonte. Io non so più a che cosa pensassi allora: essa piangeva.

Il fatto che Caterina piangesse, rimanda immediatamente alla morte di Ruggero ed è probabile che il poeta ricordasse le giornate successive al delitto, quando il resto della famiglia si trovava ancora alla Torre. Di lì a poco avrebbero fatto ritorno alla casa di San Mauro, come è ricordato nella poesia Il nido di farlotti:
Oh! sì, com'era mesto il ritorno,/e sì, la sera com'era mesta,/ben ch'in San Mauro fosse, quel giorno,
un'argentina romba di festa!/Ma morto il babbo da più d'un mese,/non c'era posto per i suoi nati/più, nella Torre, sì che al paese/ritornavamo come scacciati./Noi s'era in otto, nove con essa,/nella carrozza, piccoli, stretti/a lei che stava bianca e dimessa/tra lo scoppiare dei mortaretti;/che si vedeva pallida e magra/tra il rintoccare delle campane./Noi si tornava per una sagra/senza più padre senza più pane.


I luoghi che nutrono la poesia pascoliana sono la casa natale e la Torre (Villa Torlonia). Non solo per il fatto che Ruggero amministrava la Tenuta per conto del principe romano Torlonia, quanto soprattutto perchè qui si era trasferita la famiglia proprio dal 1862 (anno in cui Giovanni e i fratelli più grandi entrano in collegio) fino al fatidico 1867, anno dell'uccisione del padre. Questo terribile lutto, ed altri che ne seguirono, non riusciranno però ad offuscare quell'ilarità, quell'essere scherzoso che resteranno sempre salde caratteristiche nel poeta. Il delitto impunito, la precoce scomparsa dei propri cari, nulla trovava una spiegazione razionale, non c'era traccia di giustizia terrena né alcun appiglio per lui alla religione. Non restava quindi che ribellarsi al dolore, risollevandosi, impegnandosi a fondo in tutto quello in cui credeva, il socialismo, la poesia, l'amicizia, l'amore. In una parola, la passione, che tutto può smuovere. E allora ecco che quella bellezza presente ovunque nel mondo colpisce la sensibilità del poeta, sin da bambino, quando in compagnia del suo professore Alessandro Serpieri, passeggiava di notte per la campagna di Urbino, ammirando le costellazioni; o quando da ragazzo vagava a notte fonda lungo il Rio Salto, ascoltando i pioppi che col vento brusivano soave tentennando lungo la sponda del mio dolce fiume.

E quella ribellione alle convenzioni sociali, quella capacità critica di osservare il mondo e cercare di interpretare le cose a suo modo, affiorano fin dall'adolescenza di “Zvanì”, quando subiva il fascino dell'indomito e focoso maestro “Cecco Frate” o quando, tredicenne, Giovanni aveva lanciato un pomodoro durante una processione sacra a San Mauro, colpendo una pia donna del paese, “e Marianoun”, come ci riferisce Giulio Tognacci.
Sono questi i primi timidi slanci di una giovinezza che, di lì a qualche anno, vedrà la più completa dedizione alla rivoluzione socialista. (2- Continua)

Rosita Boschetti