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Pascoli ribelleAllontanato da Rimini, il giovane Pascoli scrive allo zio Morri, divorato dalla noia nonostante le bellezze fiorentine: rispetto ai bellissimi voti riminesi, a Firenze c'è una battuta d'arresto che lo vede rimandato in alcune materie, dovendo quindi ridare gli esami a Cesena, dove ottiene la licenza liceale.

Nell'autunno del 1873 Giovanni è a Bologna per iscriversi alla Facoltà di Belle Lettere. Le 60 lire mensili della Borsa di Studio gli permettono di alloggiare in una città in fermento, ricchissima di occasioni per la formazione del giovane uomo. Gli anni bolognesi, nel pieno della giovinezza, sono quelli più burrascosi e spontanei nei quali, a dispetto delle difficoltà, Pascoli può esprimere la sua autenticità, nella completa fedeltà a se stesso e ai propri ideali. Assiduo frequentatore delle lezioni di Carducci, nonché di latino, greco e archeologia, legge continuamente autori italiani e stranieri, anche minori, con una curiosità insaziabile. Piange leggendo Leopardi ma nello stesso tempo primeggia nelle discussioni politiche e letterarie che si svolgono nelle caffetterie e osterie bolognesi.

Timidissimo e impudente al contempo, Giovanni perde la borsa di studio sul finire del biennio, non avendo dato gli esami e trovandosi tra coloro che hanno fischiato al Ministro Bonghi in visita in città, interrompendo così gli studi.

Siamo nel 1875 e da qui in avanti, nonostante la mancanza di mezzi economici, il suo impegno sarà completamente dedicato alle sue passioni: la politica, l'amicizia, la poesia. In questi primi anni compaiono alcune sue liriche su alcune riviste letterarie declamate con gli amici al Caffè delle Belle Arti o alla trattoria del Foro Boario, così come sono pubblicati testi atei e fortemente sovversivi, firmati da Giovanni sotto pseudonimo.

Il giovane poeta ribelle è Gianni Schicchi sul giornale Il Colore del Tempo (1876) dove pubblica un manifesto a sfondo politico e dove preannuncia l'imminente pubblicazione di un romanzo nichilista intitolato I dinamisti. Dioneo in altri casi, continua a pubblicare scritti che scatenano polemiche, come la poesia In morte di Alessandro Morri, i cui esemplari vengono dati alle fiamme perché giudicati contro Cristo, o La morte del ricco, che sarà pubblicata più avanti sulla rivista dell'amico Francolini Il Nettuno, concorrendo alla propaganda rivoluzionaria.

Al 1876, anno in cui Andrea Costa viene scarcerato, risale la prima partecipazione di Giovanni alle riunioni clandestine dei socialisti, almeno secondo Gian Battista Lolli. Oltre a questo, agli incontri conosce alcuni tra i massimi esponenti del movimento, tra cui Luigi Cecchini e Teobaldo Buggini, che come lui protestano contro i soprusi sociali, nel tentativo di costruire un futuro di democrazia e uguaglianza.

Gli anni ribelli sono segnati da continui spostamenti in Romagna, da Bologna a San Mauro, a Savignano, a Rimini. Il legame con la terra di origine è strettissimo, sigillato dalle numerose amicizie che, tra gli scherzi e le animate discussioni, offrono momenti gioiosi: quelle nate in tenera età, quelle maturate nell'ideale politico comune o, ancora, quelle sbocciate in seno all'Università. Risale ad esempio al settembre del 1877 il soggiorno per qualche giorno a Rimini nella locanda Barbiani, in via Pescheria, dove il poeta lascia in pegno della biancheria perché senza un soldo e dove subisce il fascino, secondo i racconti di chi lo conosce, delle cattive compagnie che lo trascinano fuori dalla stanza in cui è rintanato.

Sono suoi amici fraterni Severino Ferrari, compagno di studi nonché custode degli scritti giovanili di Giovanni, e il riminese Raffaello Marcovigi, con i quali intrattiene un intenso carteggio. Sempre in questi anni nascono le amicizie femminili, gli amori, anche se l'esperienza dolorosa sembra non volerlo abbandonare: il fratello Giacomo, improvvisamente morto nel 1876 (probabilmente avvelenato, anche se le cronache parlano di tifo) e il primo grande amore per la sammaurese Erminia Tognacci, spezzato dalla prematura scomparsa della ragazza a soli sedici anni, nell'aprile del 1878. Eppure in una lettera di quell'anno a Severino afferma di non essersi mai trovato in condizioni intellettuali e volitive migliori di ora, nonostante l'orribile incertezza nell'avvenire e la paura del passato. (4- continua)

Rosita Boschetti