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di Rosita Boschetti

Pascoli giovaneNel maggio del 1876, durante il processo ad Andrea Costa, in seguito amico del giovane Pascoli, era uscito sul giornaletto «Colore del Tempo» uno scritto pubblicato in prima pagina, una sorta di manifesto a sfondo politico, firmato in fondo con uno degli pseudonimi utilizzati dal poeta, “Gianni Schicchi”: «così per sollazzo lo aveva soprannominato Severino, tanto ne riconosceva destro e versatile l’ingegno». Questo giornale rappresenta un documento unico, uscito in pochi esemplari (l’ultimo numero risale al giugno ’76) all’interno del quale era più volte stata annunciata la pubblicazione di un romanzo certamente rivoluzionario dal titolo “I dinamisti”, un'opera a puntate che il giovane Pascoli doveva scrivere e di cui parlava ai suoi studenti ricordando gli anni bolognesi:
una volta ci raccontò scrive il suo alunno Gino Tenti - che, nella disperazione degli anni giovanili, aveva ideato e cominciato a scrivere un romanzo nichilista: l’eroe sarebbe riuscito a scavare un’enorme buca sino al centro della terra, e, folle d’odio, avrebbe caricato di dinamite quel centro per mandare la terra in frantumi nel cosmo!

In realtà questo scritto preannunciato non verrà mai pubblicato.

In quel periodo storico tutta la gioventù intellettuale dell’Italia centro-settentrionale e soprattutto dell’Emilia aderiva ai nuovi movimenti sociali, così come molti dei più cari amici di Pascoli e, del resto, egli credeva fermamente nel miglioramento della società, non arrivando mai, nemmeno in futuro, a rinnegare la sostanza ideale della sua fede socialista.

Le parole di Andrea Costa, pronunciate durante il processo agli Internazionalisti del giugno 1876, di fronte ai giurati della Corte d’Assise di Bologna, sprigionano la forza e la passione che animavano quei giovani che, come Giovanni, volevano cambiare il mondo:
noi vogliamo l’umanamento dell’uomo. Donde si deduce che non è già l’emancipazione della classe operaia solamente quella per cui noi ci adoperiamo, ma la emancipazione intera e completa del genere umano: perché se le classi operaie devono emanciparsi dalla miseria, le classi privilegiate devono emanciparsi da miserie mille volte ben più gravi di quelle del proletariato, da profonde miserie morali.

Con la nuova propaganda costiana che incitava gli internazionalisti a riprendere l’attività, Pascoli partecipò a Bologna al Congresso della Federazione emiliano-romagnola dell’Internazionale presieduto proprio da Costa.

Ecco come l'internazionalista Gian Battista Lolli ricorda il suo primo incontro col poeta:
Conobbi Giovanni Pascoli una sera brumosa nel dicembre 1876 ad un’adunanza dell’Internazionale e mi fu presentato da Andrea Costa. Tale adunanza si tenne, come diverse altre, ad insaputa della polizia, in casa di Michele Casali a porta Mascarella, perché sotto il Ministero Nicotera si erano intensificate le persecuzioni contro gli Internazionalisti. […] In quella sera esordì pure il Pascoli, con un breve discorso, e pur propugnando il metodo rivoluzionario, lo fece in modo perfettamente sereno, e fin da quel momento rivelò tutta la gentilezza dell’animo suo.[…]. Dopo di lui parlò Sveno Battistini in allora studente, il povero amico poi travolto nel turbine, nella febbre degli affari e suicidatosi di recente. Nei primi del ’77 il Costa riprese qui la pubblicazione del giornale “Il Martello” che prima aveva stampato a Fabriano con Napoleone Papini. La redazione? Una cucina che un operaio sarto, Augusto Casalini, mise a disposizione degli amici. Era il locale preferito perché il solo scaldato. Il Pascoli venne a trovarci con Alceste Faggioli, e promise di fare dei versi e in uno dei primi numeri pubblicò un sonetto “La morte del ricco” e ci aiutò a spogliare giornali esteri e riviste italiane. Egli, in allora così restìo, spronato dall’energia e dalla fede di Andrea Costa, ebbe momenti di molta attività.

Il sonetto pascoliano citato da Lolli, La morte del ricco, fu pubblicato in seguito anche sul «Nettuno» di Rimini, diretto dall’amico Domenico Francolini e tra i cui collaboratori figurava anche il compagno di liceo, Caio Renzetti. La poesia era introdotta dalle seguenti parole:
Deroghiamo per questa volta alla nostra risoluzione di non dar ricetto nelle colonne del Nettuno a poesie, ben lieti di pubblicare oggi la seguente che pure può concorrere alla nostra propaganda rivoluzionaria, e del cui originale fummo favoriti dall’autore nostro amico. Ci perdoni egli l’arbitrio che ci prendiamo.

A differenza di Lolli, che colloca gli inizi della partecipazione del giovane sammaurese alle riunioni degli internazionalisti intorno alla fine del 1876, una nota del Questore di Bologna, datata 27 febbraio 1877 sottolineava che, nella riunione svoltasi nell’albergo Bologna, «uno studente romagnolo» aveva parlato per la prima volta; se lo studente romagnolo in questione fosse stato proprio Pascoli, sembrerebbe che egli nel ’77 non fosse ancora noto alla polizia e che quindi la sua attività politica più intensa sia riconducibile agli anni 1878 e 1879.

Il fatto però che egli già si impegnasse fortemente nella redazione di manifesti come quello nel giornaletto «Colore del tempo», che avesse in programma di pubblicare poi un romanzo “dinamitardo” e che inoltre già partecipasse nel ’76 a congressi e adunanze, consente di ipotizzare un impegno politico sicuramente antecedente. Preziosa inoltre la testimonianza di Gaetano Zirardini che addirittura mandava «un reverente saluto a Giovanni Pascoli internazionalista fin dal 1874», anticipandone quindi ulteriormente l’attività politica.

Tra gli altri, anche Carlo Monticelli, in rapporto epistolare con Pascoli all’epoca dell’Internazionale, riferisce sulla sua partecipazione in prima linea nell’Associazione:
Giovanni Pascoli fu segretario della Federazione bolognese della Internazionale dei lavoratori tra il 1876 e il 1877. Ad esempio di tanti altri studenti della Università di Bologna era stato affascinato dalla propaganda di Andrea Costa, la cui parola vibrante e suggestiva aveva suonato persino in Corte d’assise, allo svolgimento del famoso processo per il movimento insurrezionale del 1874. Il Pascoli anzi sostituì nel segretariato della Federazione bolognese il povero Alceste Faggioli, morto di tisi in seguito alle sofferenze della lunga prigionia. Da Giovanni Pascoli io ebbi, a quei tempi, nella mia Monselice, parecchie lettere, infiammate di passione politica. (5- Continua)