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di Rosita Boschetti

g. pascoli1 1Siamo nel 1877, Giovanni ha soltanto 22 anni. A dieci anni dall'uccisione del padre Ruggero, amministratore della Tenuta Torre per conto del principe Torlonia, Pascoli e il fratello Raffaele (Falino) non si sono arresi e tentano con ogni mezzo di trovare i colpevoli dell'omicidio paterno.
Al momento dell'agguato i due erano poco più che bambini, ora invece, da adulti, vogliono condurre indagini personali, chiedendo a chiunque possa sapere qualcosa, frequentando le osterie di San Mauro e Savignano. Così facendo, arrivano vicinissimi alla verità, tanto da essere minacciati di morte.

Ecco cosa scrive Maria Pascoli nelle sue memorie, parlando delle ricerche del fratello Giovanni:
Tentava tutte le vie con un ardimento e un'imprudenza da mettere a rischio la vita. Frequentava, a volte anche con Falino, le botteghe dei falegnami e dei calzolai, le officine dei fabbri, le tessitorie, i caffè, le osterie, ogni luogo insomma in cui poteva trovar gente, per sentire se si faceva mai allusione al delitto e se venivano fuori i nomi dei delinquenti; così si sarebbe procurato qualche testimonianza; ma i Sammauresi si guardavano bene dal parlarne in presenza dei due fratelli, mentre invece avrebbero dovuto aiutarli nella loro santa impresa e illuminarli, giacché si diceva che tutti sapevano tutto.

Per questo suo accanimento nel trovare i colpevoli, Giovanni era stato vittima di una lite nell'osteria; venuto alle mani con Furmigòun – Ferdinando Mazzotti, impiegato comunale si era scatenata poi una tremenda rissa da cui, fortunatamente, grazie all'arrivo del fratello Raffaele, era uscito incolume.

Il poeta aveva però pensato che se gli fosse successo qualcosa, nessuno avrebbe saputo – come per il padre – come fossero andate le cose davvero. Egli allora aveva consegnato all'amico Pugnegna (Luigi Accidei) un memoriale – purtroppo mai rinvenuto - in cui aveva scritto i nomi di coloro che ce l'avevano con lui.

Pensiamo alla poesia Il bolide, un capolavoro assoluto che farà parte del percorso poetico multimediale del Parco Poesia Pascoli. Pensiamo allo stato d'animo del giovane Pascoli che, vagando a notte fonda per le campagne, lungo il Rio Salto, era attanagliato dalla paura:
Ricordavo. A' miei venti anni, mal vivo,
pensai tramata anche per me la morte
nel sangue. E, solo, a notte alta, venivo

per questa via, dove tra l'ombre smorte
era il nemico, forse. Io lento lento
passava, e il cuore dentro battea forte.

Ma colui non vedrebbe il mio spavento,
sebben tremassi all'improvviso svolo
d'una lucciola, a un sibilo di vento:

lento lento passavo: e il cuore a volo
andava avanti. E che dunque? Uno schianto;
e su la strada rantolerei, solo...

In una lettera del poeta ad un'ammiratrice di Fermo, portata alla luce qualche anno fa da un'erede riminese della signora, ricaviamo le osservazioni di Pascoli sulla superficialità con cui le indagini vennero portate avanti, sulla confusione e sui depistaggi fin dall'inizio, fino ad arrivare a sostenere la stessa connivenza della polizia e delle autorità:
Gli assassini nostri furono e saranno impuniti per la non trascuratezza soltanto, ma vera e propria connivenza della polizia e delle autorità politiche. Io ho sempre veduto che per punire il delitto, non bisognava prender di mira il mandante o i mandanti, ma trovare gli esecutori. Ora gli esecutori era facilissimo trovarli: erano stati veduti. Ma la polizia volle seguire una falsa traccia, suggerita probabilmente in un giornale dagli assassini stessi, e arrestò un guardiano della Torre e un giovane ravegnino affezionatissimo a mio padre (che era di Ravenna); i quali pochi giorni dopo rilasciò perchè innocentissimi! E non fece altro. Sentii dire, anzi so, che un delegato che aveva preso a cuore la cosa, fu traslocato perchè non se ne occupasse. Così ogni tanto si riaperse il processo, e noi siamo stati interrogati, e una volta persino, perchè un tale, condannato per un altro assassinio, aveva rivelato che noi sapevamo chi era l'assassino. Il fatto è che io avevo allora 11 anni e che ero in collegio a Urbino. Dopo mi sono occupato molto di rintracciare gli assassini, ma era troppo tardi! Nessuno parlava, o riferiva voci vaghe, che naturalmente io riferii a mia volta; ma prove, nessuna.

Il riminese Ercole Ruffi, industriale dello zolfo e Presidente della Camera di Commercio, conferma al poeta i suoi sospetti sul presunto mandante del delitto, Pietro Cacciaguerra, divenuto agente di Torlonia all'indomani dell'omicidio, al quale lo accomunava l'appartenenza ai Repubblicani.

Sarà proprio Ruffi, suocero di Leopoldo Tosi, ad amministrare la Torre negli anni immediatamente successivi alla gestione Petri-Cacciaguerra e sarà sempre lui a gestire il capitale degli orfani Pascoli: egli quindi doveva conoscere molto bene Cacciaguerra, oltre che per ragioni politiche, anche perchè gli era succeduto nella direzione della tenuta.

Nel 1877, proprio nel periodo delle ricerche dei colpevoli da parte dei fratelli Pascoli, Ruffi aveva inoltre confermato al poeta i suoi sospetti e gli aveva consigliato di andarsene dal paese.

Vediamo in dettaglio come andarono le cose, dallo stesso racconto della sorella Maria, che narra, nelle sue preziose memorie, di un incontro tra Giovanni e il presunto mandante:
L'appuntamento, o incontro, avvenne una sera tardi in una strada solitaria e oscura di Savignano, presente anche l'ideatore del convegno, Squadrani. Giovannino, franco e impavido, investì subito il supposto delinquente chiedendogli quali discolpe poteva portare per giustificarsi contro l'accusa che gli faceva la voce pubblica. L'altro, facendosi piccino piccino, rispose che non sapeva proprio come fosse sorto quel sospetto su lui, che era sempre stato amico del povero Ruggero; che gli aveva sempre voluto tanto bene; e protestava la sua innocenza. In questo modo a parlare e a protestare continuò fino a che non si sciolse il convegno. L'impressione di Giovannino, riportata da quell'abboccamento, fu di essersi trovato di faccia il più vile e maggior colpevole.

Giovanni, recatosi poi a Rimini per chiedere denaro a Ruffi, gli aveva raccontato dell'incontro con Cacciaguerra. Egli, dopo avere ascoltato il tutto con visibile interesse, aveva replicato:
A javi ciapè in te mezz!... ma vliv un cunsei? Andè veja sobit da e paes, si no iv la farà enca a vò, tent an riuscirè mai a nient. Turnè a Bulogna, mittiv à duzzena da una vècia recca e fasiv mantnè!
(Ci avete preso nei mezzo! ma volete un consiglio? Andate via subito dal paese, se no la faranno anche a voi, tanto non riuscirete a niente. Tornate a Bologna, mettetevi a dozzina da una vecchia ricca e fatevi mantenere!)

Preso il denaro da Ruffi, Pascoli decide di non tornare più da lui di persona. Di certo le parole da lui pronunciate erano macigni: l'unico consiglio che Ruffi si era sentito di dargli era di fuggire da San Mauro anche se aveva ragione, anche se i suoi sospetti di fatto erano fondati: doveva fuggire perchè non sarebbe riuscito comunque a provare la verità. Perchè? Quale poteva essere la ragione di fondo di questa ferrea convinzione di Ruffi, se non per il fatto che conosceva perfettamente la situazione e l'influenza politica del presunto mandante? (6- Continua)