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di Rosita Boschetti

torre notteIl 10 agosto del 1904, nella ricorrenza dell'uccisione del padre, Pascoli decide di scrivere a Leopoldo Notarbartolo, figlio – come lui – di un uomo assassinato. Prima di inviare la lettera definitiva però, il poeta scrive di getto un'altra missiva, sostanzialmente diversa da quella che poi spedirà, con cui, senza tanti preamboli, egli va subito al dunque, con un'accusa diretta:
Sospirai giustizia, ruggii vendetta. Nulla. Ma tutti sanno, almeno in Romagna, che fu ucciso per togliergli il suo posto […] Tutti in Romagna sanno perchè fu ucciso; ma nessuno della ignobile congiura sanguinosa ha avuto a soffrir nulla: nemmeno un giorno di detenzione preventiva. 

Nella lettera spedita subito dopo, il poeta inserisce importanti particolari, denunciando la connivenza delle stesse autorità, accomunando così facendo il delitto Notarbartolo a quello di suo padre: si trattava anche per Pascoli di un vero complotto organizzato alla perfezione, in cui ogni traccia era stata fatta sparire, una congiura in cui il potere aveva potuto garantire ai colpevoli una totale protezione; non dobbiamo infatti dimenticare che all'epoca per i colpevoli di omicidio vigeva la pena di morte.

Pascoli scrive ancora a Notarbartolo:
[…] alla mia patria, alla giustizia e alla bontà della mia patria, devo ben poco – non devo nulla. I due assassini, uno alto con la barba, l'altro piccolo coi baffi, furono veduti […] La polizia seppe, probabilmente, tutto; ma non volle approfondire. In Romagna c'era allora uno spirito di setta dall'apparenza politica e dalla sostanza delinquente volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio. La polizia volle che l'orribile delitto rimanesse impunito. E così è rimasto.
Quando giunto a una certa età, volli scoprire qualche cosa io, trovai tutte le tracce disperse, tutte le voci confuse; trovai, è spaventoso dirlo, la polizia nemica, complice postuma. E rischiai la prigione, io!
Per questo verso, la mia è la sua storia.

Come più volte detto, Giovanni da ragazzo aveva cercato disperatamente i colpevoli. E alcuni anni dopo, nel 1884, i fratelli Pascoli avevano ricevuto la citazione in giudizio per deporre presso il Tribunale di Forlì. Una lettera inedita, conservata all'interno del preziosissimo carteggio tra il poeta e il fratello Raffaele, desecretato solo da pochi anni, aggiunge nuovi elementi alla vicenda: un certo Buden, in carcere per l'assassinio del fattore Silvestro Nanni, aveva confessato di sapere con certezza che Luigi Pagliarani, detto Bigecca (come scritto dallo stesso Pascoli), era colpevole. La confessione confermava ancora di più i sospetti di Pascoli, il quale nelle osterie di San Mauro e Savignano, aveva interrogato il veterinario della Torre, Giovanni Manzi, cognato di Bigecca e certamente complice del delitto di Ruggero.

Il poeta prosegue così nella lettera al fratello Raffaele:
questa confessione fa rinverdire certi passati indizi: per me, il più potente è questo. Nel mio colloquio con Manzi, da Niania, lui diceva sempre: ma io non ci ho che vedere con Bigecca...Lo scellerato veniva implicitamente ad ammettere la reità di suo cognato!

Nell'intricatissima congiura, emerge ancora il nome del notissimo Cacciaguerra che il poeta nomina assieme ad un certo Visconti: i due, ricattati dal fratello Giuseppe Pascoli che in questo modo più volte era riuscito ad ottenere aiuti economici, avevano allontanato Giuseppe da Roma, 'spedendolo' a Salerno.

Le ricerche del poeta, tutti i suoi tentativi di arrivare alla verità, i fortissimi sospetti anche e soprattutto nei confronti delle autorità, gli intrecci di persone, gli interessi economici e politici, le inimicizie, le parentele tra i sospettati. Si tratta di tanti elementi che compongono un quadro complesso, un piano criminoso perfettamente architettato su più livelli, che di certo non può essere ricondotto alla reazione a caldo di qualche colono o contadino, come qualcuno ha di recente fantasiosamente ipotizzato.

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