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di Rosita Boschetti 

giacomo Pascoli okLa figura di Giacomo (nella foto), il maggiore dei fratelli Pascoli, non è molto nota al pubblico, anche se riveste un’importanza primaria per la vita e il sostentamento della famiglia, rimasta senza guida nel 1868. Giacomo a soli sedici anni deve prender in mano il timone, cercando di portare la nave in salvo; ma per farlo dovrà rinunciare a proseguire gli studi e cominciare a guadagnare qualche soldo, dopo aver svolto l’apprendistato a Rimini come perito agrimensore. Riesce a fare studiare i fratelli, gestendo il denaro e rendendosi conto, ad un certo punto, che avrebbe dovuto ritirarli dal collegio di Urbino e trasferire tutti a Rimini, in uno stabile di via San Simone, in modo che i ragazzi potessero proseguire qui gli studi.

 

Giacomo deve crescere improvvisamente, diventare grande senza ancora esserlo e assumere delle responsabilità insormontabili per la sua giovane età.

Ma lo farà, non potendo fare altrimenti. Anche se a posteriori, una lettera a Giovanni scritta dal fratello Raffaele, delinea la figura del ‘piccolo padre’ in maniera negativa, dando a lui la colpa di molte loro disgrazie famigliari: avere lasciato sola la madre dopo l’omicidio del padre, avere lasciato a Forlì ‘lacero’ Raffaele, con le scarpe che gli procuravano un terribile dolore tanto erano strette, aver preso moglie per poi mandare in convento le sorelle, infine avere impedito ai fratelli, per la troppa preoccupazione, di conoscere gli autori dell’assassino del padre.

Dobbiamo immaginare il peso di ogni singola scelta sulle spalle di Giacomo, le rinunce, la fatica nel tentativo di dare risposta alle esigenze di tutti. Ma anche il fratello maggiore aveva delle passioni, scriveva poesie, come quelle ritrovate a Casa Pascoli dedicate alla fidanzata Maria, maestra del paese che poi sposerà e dalla quale avrà due figli. Tra l’altro, nelle memorie inedite, preziosissime per scoprire aneddoti legati alle abitudini della famiglia, Mariù ci racconta che nella casa di Rimini Giacomo amava cucinare, soprattutto sardoncini che cuoceva sulla graticola, con contorno di pane e insalata; dal podere di San Mauro, ancora dei fratelli Pascoli, provenivano la farina per il pane, la legna e quel vino dolce che il fratello maggiore mette in tavola, di fronte al riluttante Giovanni, per convincerlo a scrivere la poesia per le nozze di Anna Maria Torlonia.

Ma Giacomo rappresenta una figura chiave per un’altra insospettabile ragione: lui conosceva bene gli autori dell’assassinio del padre, pare li frequentasse. Per questo era stato minacciato di morte, tramite una lettera anonima, della quale, atterrito, aveva parlato a Giovanni e Raffaele. Aveva chiesto loro di fermarsi con le ricerche a San Mauro perché non voleva mettere a repentaglio la vita della sua famiglia (aveva un figlio piccolo).

La lettera illuminante, già riportata nel volume Omicidio Pascoli. Il complotto, è scritta da Giovanni alla sorella Ida, molti anni dopo, nel 1903 e in essa è nominato anche il cugino Emilio David di Sogliano:
Ma tutte queste azioni del David...non sono niente: io penso che fu lui a far stringere a Giacomo giovanetto e perciò a noi, dimestichezza con quelli che e allora e ora erano dalla voce pubblica indicati come assassini di nostro padre: Giovanni Manzi, Luigi Pagliarani (detto Bigecca) e non so nemmeno ora quali altri! Esso che era già allora nelle sette pseudo politiche, in realtà di grassatori e assassini, della Romagna, sapeva tutto, e sa tutto, tutto tutto tutto! Di ciò, cara Ida, silenzio!

Oltre a citare i nomi di alcuni dei congiurati, questo testo ci offre un'altra informazione importantissima: David faceva parte proprio di quelle sette pseudo politiche, in realtà di grassatori e assassini, della Romagna. E' lo stesso poeta che continua a fare luce a poco a poco sulla vicenda: il cugino Emilio frequentava queste sette, così come i citati Manzi e il sicario Pagliarani e sapeva tutto. Anche secondo Giovanni, dunque, le responsabilità del delitto erano in ogni caso da ricondurre ai settari repubblicani e questi personaggi coinvolti nel misfatto erano volti familiari agli stessi figli dell'assassinato.

Giacomo muore il 12 maggio del ‘76, stando alle cronache, di tifo. Prima di morire, riuscendo a parlare a stento, di fronte a Giovanni giunto da Bologna al suo capezzale, parlava della lettera di minacce, dell’assassinio del padre, di certi suoi affari ma senza riuscire a farsi comprendere, come racconta Mariù nelle memorie:
[Giovanni] Giunse a casa verso sera (11 maggio 1876) e trovò l'amato fratello in condizioni disperate. Comprendeva però bene, e vedendo Giovannino si capiva che voleva dirgli tante cose, ma non poteva, perché gli si era ingrossata la lingua. Solo qualche parola riusciva ad afferrare Giovannino e gli pareva che alludessero all'assassinio del babbo, alla lettera anonima e a certi suoi affari. Povero Giacomo! Non so da quanti giorni fosse malato di tifo (a noi sorelle in convento avevano detto che gli si era arrossato un occhio per un colpo d'aria o di sole), ma all'improvviso gli si manifestò una violenta emorragia intestinale che lo ridusse in fin di vita.

I sintomi del tifo comportano però l’inaridimento della lingua, mentre il suo ingrossamento è sintomo riconducibile ad avvelenamento.

Inoltre un testimone oculare aveva raccontato ai due fratelli che qualche ora prima che arrivassero loro, era stata a trovare Giacomo la sua suocera, e che, facendo l’atto di accomodargli il cuscino, aveva abilmente sottratto il suo portafoglio, all’interno del quale, come i fratelli sapevano bene, egli teneva la lettera anonima e una cambiale.

Alla morte del fratello, Giovanni scende in giardino e raccoglie tante peonie rosse che gli piacevano tanto, ricoprendone il corpo. Si reca a Savignano, si occupa dei funerali.

Essendo Giacomo in quel periodo assessore del Comune, gli viene organizzata una solenne cerimonia funebre, con un concerto cittadino. Ma la rabbia e il dolore di Giovanni si manifestano nel pregadìo da lui dettato che ad alcuni parve contrario al sentimento religioso e perciò fu condannato alla distruzione, come la poesia in morte dello zio Morri:
ha meritato le vostre lagrime, non ha bisogno delle vostre preghiere. 

A questo punto è determinante il racconto inedito di Maria, la quale ricorda:
un parente ed amico buono di casa nostra, Angelo Vincenzi, Detto Anzulinoin, dal quale andava ogni tanto la sera Giacomo a fare una partita a carte per svagarsi un po’, non potendosi persuadere che una malattia, dalla quale tanti guarivano, avesse potuto avere un esito così infausto e improvviso per lui, diceva a Giovannino: ‘I jà dè da tabacchè’ (gli hanno dato da tabaccare!) Il che significava: l’hanno avvelenato. Giovannino non aveva quel terribile sospetto, ma anche se gli fosse passato per la mente, che poteva fare? Era inconcepibile per lui tanta malvagità; capiva però che si credeva che a San Mauro ci fossero persone capaci di un tale delitto, e che era noto l’astio che covava contro la nostra famiglia.

In questo contesto, così oscuro, è molto plausibile che anche Giacomo Pascoli sia stato deliberatamente eliminato. Lui conosceva i colpevoli, aveva una lettera intimidatoria nel portafoglio che portava sempre con sé, i fratelli avrebbero voluto portarla alla Questura.

Perché Giacomo cercava disperatamente di dire qualcosa sul padre? Che cosa voleva dire a Giovanni? Evidentemente aveva scoperto o capito qualcosa di più rispetto all’intera vicenda e voleva metterli in guardia.

Nell’anno successivo, le indagini di Giovanni e Raffaele confermeranno i sospetti su mandante ed esecutori materiali dell’omicidio paterno.

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