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di Rosita Boschetti

Matilde Schiff Giorgini
Matilde Schiff Giorgini

Pascoli, con le numerose conferenze e discorsi, ormai celebre in tutta Italia per la sua opera, aveva al seguito una miriade di ammiratrici che lo seguivano; ad esempio, non potendosi esimere dal promettere ad un patronato di nobildonne messinesi una conferenza a favore dell’infanzia abbandonata, Pascoli scriveva:

La conferenza (che non ho ancor cominciato a scrivere: è una lettura) la devo fare il 15. Mi ruberà ora un tempo prezioso per i miei versi e per guadagnare qualcosa a fine anno. Queste signore non sanno che sacrificio impongono a me pover uomo.

Nel giugno del 1901, anche la nobildonna Zelina Orlandi, di passaggio a Messina, viene accompagnata tra i monumenti artistici della città proprio da un galante Giovanni Pascoli. Sull’altare maggiore della chiesa di San Nicolò dei Gesuiti, in particolare, si sofferma ad ammirare la splendida tavola dipinta, La purificazione, opera a cui il poeta dedica una poesia, scritta sull’album della signorina Zelina Orlandi. Fatto assai singolare, questa lirica non verrà mai inserita nelle raccolte poetiche di Pascoli.

Tra le presenze femminili importanti nella vita di Pascoli, non possiamo tacere due donne che rappresentarono per il poeta le confidenti, le amiche, ammiratrici della sua poesia. Stiamo parlando di Matilde Giorgini Schiff e di Emma Strozzi Corcos.

Con “donna Matilde” il poeta venne in contatto nel periodo trascorso a Pisa come professore di Grammatica greca e latina, soggiornando ai piedi della Torre dall’autunno del 1903 alla primavera del 1905. Figlia di Giovan Battista Giorgini e di Vittoria Manzoni, nipote quindi del grande Alessandro Manzoni, Matilde era una donna di carattere vivace e vitale, che visse tra Pisa, Firenze, Roma, Modena (dove conobbe e sposò il futuro marito Roberto Schiff). Dedicò grande attenzione alla conservazione delle memorie famigliari, divenendo punto di riferimento per molti studiosi manzoniani e del Risorgimento. Matilde era quindi una di quelle donne colte che amavano i salotti, le conferenze e la poesia.

Ecco come ricorda l’incontro con Giovanni Pascoli, con il quale intrecciò una fitta corrispondenza:

Durante il troppo breve periodo di tempo che Giovanni Pascoli trascorse a Pisa, avemmo frequenti occasioni di avvicinarlo, mio padre ed io. Avvicinarlo voleva dire innamorarsi di lui, di quell’anima che per gli occhi e per il sorriso, anche quando la voce taceva, traspariva così ricca di nativa e superiore bontà. Andavamo talvolta da lui; e tutti quelli che hanno avuto la fortuna di vederlo in casa sua, sanno quale dolcezza penetrante emanasse dalle persone e dalle cose nel semplice operoso ambiente di quella casa, sanno come certe forme casalinghe della sua poesia, che possono sembrare quasi leziose agli estranei, non sono in realtà che la sincera e genuina espressione delle sue abitudini e dei suoi gusti. Talvolta veniva lui a casa nostra, e godeva sentendo mio padre parlare del Manzoni, per il quale avevano ambedue uno specialissimo culto: poi parlavano di Virgilio, di Orazio... e le ore scorrevano deliziose.

Nell’estate del 1905, il padre di Matilde, Giovan Battista Giorgini, divenne cieco. Trascorreva le ore facendosi leggere dalla figlia i versi dell’amico Pascoli, che egli «diceva essere i più armoniosi di quanti se ne siano mai scritti in italiano». In una lettera al poeta, Matilde scriveva:

Abbiamo fatto un gran leggere Pascoli in queste prime sere d’autunno in cui bisogna rincasare sull’imbrunire e accendere il lume alle 7. Lettura un po’ sconnessa, però perché la lettrice son io e coi miei nervi spesso succede che mi si bagnano gli occhi, mi si chiude la gola, e la strofa resta lì a mezzo nella strozza. Il nido di farlotti – Giovannino – La voce – La Messa – Il ritratto – Un ricordo – Casa mia... Mi hanno giocati di questi tiri, e allora il povero papà, che non può veder da sé, deve aspettare che io sia tornata un po’ forte. Anche ai miei due uomini ho veduti più volte inumidirsi gli occhi. Giorgino poi piange francamente.

Matilde nelle lettere si firma «la sua umile e devota ammiratrice» poiché di fatto quell’intesa profonda nasceva proprio dall’ammirazione per quella sua sensibilità, per quella poesia che toccava le corde dell’animo femminile. Non va dimenticato che all’epoca era raro trovare nell’uomo questa delicatezza d’animo, questa gentilezza capaci invece di conquistare la donna. E Matilde afferma lei stessa di avere per il poeta «un attaccamento grande tenero profondo, non è soltanto il Pascoli ammirato che amo in lei, è il Pascoli buono che colle parole soavi, colle dolci melodie, coi pensieri squisiti ha dato conforto e ricreazione a Lui fino ai suoi ultimi giorni... ». Il padre di Matilde era morto nella primavera del 1908 e il poeta, anche se da lontano, era stato vicino all’amica, con una vicinanza emotiva che evidentemente questa donna trovava solo in lui.

Ulteriormente coinvolta in un intensissimo scambio epistolare con Pascoli, è Emma Strozzi, sposata in seconde nozze col celebre pittore Vittorio Corcos, incontrata per la prima volta dal poeta nel 1902. Emma era titolare di un salotto cultural-mondano in una Firenze spaccata già tra personaggi della tradizione, gravitanti intorno al «Marzocco» e alle letture dantesche. Emma diventerà la confidente del poeta, con le sue qualità e i suoi difetti: il suo cattolicesimo di tradizione ma che criticava la struttura politica della Chiesa nonché l’ingombro del rito, allo stesso modo di Pascoli.

Il ricchissimo carteggio tra i due abbraccia gli anni che vanno dalla pubblicazione dei Poemetti, nel 1897, fino alla morte di Pascoli; una presenza femminile costante nella vita del poeta per ben quindici anni.

«Ringrazio Dio – ripeteva Emma Corcos – di avermi fatto vivere nel tempo di Pascoli». E un giorno, in cui aveva appreso che il poeta le aveva dedicato una delle sue liriche, il Padre Pistelli che incontrò la Corcos a Firenze, la vide traboccante di felicità, come raccontava all’amico poeta:

Ho trovato or ora in via Calzaioli la buona signora Ignota con la sua figliola. Era stata a cercar me, felice de’ suoi versi; così felice che la gente si voltava a guardarci. Mi ha lasciato la lettera, e la ho qui. Ella vuole che io Le scriva che è vecchia e brutta. Non so. Soltanto so che è degna di quei suoi versi; e mi par di dir tutto così.

Pascoli aveva scritto dei versi che intitolò All’ignota e lì spedì ad Emma il primo gennaio del 1899, versi che vennero però resi pubblici soltanto nel 1923 da Luigi Pietrobono, col consenso della donna.

I due non si erano mai visti di persona e tarderanno molti anni prima di farlo. Nella poesia dedicata all’amica il poeta immagina i suoi occhi che sembrano «stelle del cielo sommerse nell’onda del mare». In effetti Emma Corcos era molto bella e il ritratto dipinto dal poeta coglieva nel vero:

Sì: gli occhi li vedo, o Sirena,
né so di qual luce pur sono:
cilestri com’alba serena?
notturni com’eco di tuono?
 
Li vedo, ma come tra un velo,
nel sogno che lucido appare:
mi sembrano stelle del cielo
sommerse nell’onda del mare:
 
del mare che ride e che piange
con labile moto
nell’ansio suo frangere a margine ignoto.
 
La voce, sì l’odo, o Sirena;
ma quale n’è il suono non sento:
gorgoglio di gracile vena?
Sospiro di morbido vento?
 
La sento, ma dentro la romba
del sogno, che s’agita fosco:
mi sembra un cantar di colomba
fra l’ampio stormire del bosco:
 
del bosco che splende e che s’ombra
con fragile moto
nell’ansia penombra di turbine ignoto.
 

Il legame tra Pascoli e la “gentile ignota” diventa ben presto esclusivo: lei è la confidente, l’interprete autorizzata, il trait d’union con la società fiorentina. Pascoli insomma era “suo”, a tal punto che la Corcos scriveva al poeta: «Io sono molto gelosa di coloro che La conoscono e soffro per questo».

Così come afferma Marabini, quell’“ignota” in cui si nascose a lungo l’identità di Emma Corcos, significava al tempo stesso separazione e protezione da un mondo che Pascoli non amava molto, lontano dalla mondanità e dalle dame, preferendo la vita semplice della campagna. Nonostante la diversità del loro mondo, restava però quel legame misterioso, forse anche irrazionale, di intensa affinità.

Prima dell’incontro che avrà luogo a Firenze il 4 dicembre del 1902, in occasione della Prolusione al Paradiso tenuta in Orsanmichele, la Corcos gli aveva scritto in proposito:

La prego di chiamarmi sempre ignota; “gentile signora” lo direbbe a tutte e me lo scrivono tutti; l’ignota son io; e se non lo trovo nelle sue lettere mi pare che non mi voglia più bene: ci sento un leggero castigo, come quando si da del lei ai bambini. Son felice di conoscerla e mi vergogno: son brutta e grassa; dunque non dimagri. Anche per questo tengo a rimanere l’ignota creata dall’anima sua.

A causa della freddezza con cui la città di Firenze aveva accolto la lettura del poeta, egli era fuggito subito via mentre la Corcos l’avrebbe voluto trattenere. Ma in una lettera successiva, Emma gli aveva confidato le sue emozioni nell’averlo finalmente conosciuto di persona:

Dopo quelli del mio nido, c’è subito, nel mio cuore, il caro poeta di Castelvecchio. Vede, se potessi chiedere alle fate bellezza, ricchezza, gioventù, cultura e (stavo per dire intelligenza, ma di più, come femmina, non ne vorrei perché dà noia) e se le fate mi concedessero tutti quei doni, io sposerei subito Giovanni Pascoli; e sarei la sorella di Mariù. Non glielo dicevo prima di vederlo, benché lo pensassi; ora che l’ho anche guardato, ho proprio voluto che lo sapesse.

Anche D’Annunzio aveva intuito quella “adorazione” che si leggeva negli occhi di Emma Corcos:

Parlando di lei ne disse tutto quel bene che merita; disse che è l’unico, che niuno può esserle rivale; disse tante cose belle e buone che io lo guardavo con grande tenerezza, come avesse parlato di un mio figlio. E allora, vedendo nel mio viso tutta la mia consolazione, mi domandò: “Ella lo ama molto?” - Io lo adoro, risposi.

Un legame di vero affetto esisteva se aveva resistito tanti anni. Il poeta si preoccupava per la salute dell’amica, così come Emma se non riceveva lettere diventava inquieta. Il Pistelli riferiva al poeta sulla salute di Emma e sulla difficoltà della sua vita quotidiana che la vedeva impegnata con 6 figli:

E tutto grava su lei, perché Vittorio non è buono che a fare quei bei ritratti. Ho piacere che le abbia scritto. Sarà un gran conforto per lei. Sapesse quante volte è nominato Lei in quella casa. Appena la D.G. è un po’ seria o taciturna, i due bimbi dicono: - Ecco, Mammà pensa al Pascoli.

Appare evidente come questo vincolo affettivo nato e sviluppatosi tra il poeta ed Emma, andasse al di là di un semplice rapporto di amicizia; certo si trattava di un amore platonico ma poteva essere probabilmente definito un amore mancato. Non si spiegherebbe in caso contrario la complicità tra i due, l’assidua frequentazione epistolare, la necessità assoluta di non perdersi. Interessante l’incontro avvenuto tra D’Annunzio e la Corcos, sul quale quest’ultima ironizzava, notando la netta diversità tra gli animi dei due poeti, la spaccatura tra i due quando si trattava di definire l’amore.

Ecco cosa Emma scriveva in proposito all’amato poeta romagnolo:

Una sera, alla Leonardo da Vinci, nella società di superuomini sorta da poco a Firenze, Gabriele ed io parlavamo di Lei manifestandoci scambievolmente la nostra ammirazione. Mi lasciavo trascinare dal mio entusiasmo: “Lo ama molto?” “Moltissimo”. Badi che Maria sarà gelosa; Maria adora il fratello.” Io dissi: “Lo adoreremo in due; anche se Maria fosse gelosa, non potrei amarlo meno, e non gli domando niente.” Allora guardandomi con gli occhietti impuri, Gabriele mi disse: “Ella possiede la scienza di amare?” “Non avrei mai creduto che l’amore fosse una scienza!” - risposi ridendo - “E’ la più profonda, la più seria; qui non se ne può parlare; venga alla Capponcina, io le insegnerò la scienza di amare.”

Confidandosi con il “caro Pascoli” Emma aveva voluto forse in qualche modo sapere che cosa lui ne pensasse di un uomo come D’Annunzio che, a suo modo di vedere, era «un immenso artista che non possiede il sentimento e che vorrebbe crearlo dalla sensualità.» Quasi a volere svelare quel sentimento di amore più nobile che di certo un poeta come Pascoli doveva aver provato in vita sua. Emma lo aveva intuito ma non aveva ricevuto risposta dal poeta; manca infatti riscontro a questa lettera di fine luglio.

La “gentile ignota” arriverà persino a pensare di prendere casa a Castelvecchio, per essergli più vicino, magari soltanto per vederlo. Pare che la reazione di Pascoli fosse molto tiepida, forse sarebbe stato un passo troppo grave e minaccioso per la sua tranquillità di poeta.

Concludiamo con una “voce” che circolava a Firenze, quando nel 1909 alla Corcos era stato riferito che Pascoli stava per sposare una vedova, indicata da Marabini come Ida Gini, vedova di Severino Ferrari. Pascoli smentisce radicalmente la voce arrivata ad Emma da tre differenti persone, dichiarando la cosa impossibile, per il semplice fatto che egli trovava la presunta fidanzata «così antipatica, quasi odiosa!».

Ecco il dialogo che Emma Corcos aveva avuto con Ugo Ojetti in proposito, riportato in una lettera a Pascoli nel dettaglio:

Primo fu Ugo Ojetti che entrò in salotto:

-Ha sentito? Il nostro Giovannino prende moglie.

-Prende moglie?!!!

-Sì, prende moglie; che c’è di strano? Non è un uomo anche lui?

-Sì, ma non è possibile...

-Povera signora Emma, le rincresce? Quanto tempo che non le scrive?

-E’ molto tempo che non mi scrive.

-Vede dunque, non le scrive per non darle questo dolore.

-Non sarebbe un dolore, ma avrei preferito di saperlo da lui. - E, non so perché, diventai rossa.

-Lei diventa rossa, lo diremo a Vittorio: sicuro, sicuro, il nostro Giovannino sposa la vedova S. I. e perché no? Saranno felici e finalmente ci darà delle poesie d’amore. -

Fui disinvolta, lasciai cadere il discorso con un meglio così sentendo dentro di me uno sgomento, come quando crollò il campanile di Venezia. Non ci credevo, ma il dubbio mi era entrato nel cuore, dubbio che tenni in me per non divulgarlo con domande. Poi fu il figlio di Biagi, ragazzo di Liceo, che mi domandò se era vero:

-Non ne so nulla.

-Allora non sarà vero.

-O te da chi lo hai saputo?

-Lo dicevano stamani a scuola, credo che avesse portato la notizia il Gerenzi.

-Dopo tutto, dissi io per indagare l’opinione di questi ragazzi che hanno un’adorazione per lei, anche il Pascoli è un uomo.

-No, disse il Pimpi, è un poeta; ora è nostro e se prende moglie mi pare che non sia più nostro.

-O D’Annunzio?

-E Gigi Biagi rispose: - Chi ha mai sentito che D’Annunzio fosse nostro?

E il Pimpi concluse:

-Io per conto mio non ci credo. Ormai il Pascoli e Mariù sono un monumento. […]

E finalmente il Mazzoni:

-Ha sentito? Ha sentito?

Mi rincorse per la strada: - Non ci crede? Anzi, è una bella cosa, la successione in tutti i termini! - E si allontanò scodinzolando.

Eccole, caro amico, quello che mi bruciava di farle sapere. Non lo avrei fatto senza la sua lettera e ora sto meglio. Dentro di me pensavo: Che il Pascoli sia felice e avvenga quello che deve avvenire. - Non conosco la Signora e mi immaginavo che avesse due grandi qualità spirituali, anche per le parole del Mazzoni che li trovava adattatissimi.

Ma ringrazio Dio  che non sia vero.

Avvertendo l’avvicinarsi della morte, Pascoli scriveva le sue ultime parole alla sua Emma:

Donna gentile, io sono malato e ho molto da fare e una gran voglia di essere libero των πραγμάτον (questo è il colmo! Due parole greche a una signora!). Sono triste usque ad mortem!

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Pubblicato il 26.09.2022 - Categoria: Vignette

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di Rosita Boschetti

Matilde Schiff Giorgini
Matilde Schiff Giorgini

Pascoli, con le numerose conferenze e discorsi, ormai celebre in tutta Italia per la sua opera, aveva al seguito una miriade di ammiratrici che lo seguivano; ad esempio, non potendosi esimere dal promettere ad un patronato di nobildonne messinesi una conferenza a favore dell’infanzia abbandonata, Pascoli scriveva:

La conferenza (che non ho ancor cominciato a scrivere: è una lettura) la devo fare il 15. Mi ruberà ora un tempo prezioso per i miei versi e per guadagnare qualcosa a fine anno. Queste signore non sanno che sacrificio impongono a me pover uomo.

Nel giugno del 1901, anche la nobildonna Zelina Orlandi, di passaggio a Messina, viene accompagnata tra i monumenti artistici della città proprio da un galante Giovanni Pascoli. Sull’altare maggiore della chiesa di San Nicolò dei Gesuiti, in particolare, si sofferma ad ammirare la splendida tavola dipinta, La purificazione, opera a cui il poeta dedica una poesia, scritta sull’album della signorina Zelina Orlandi. Fatto assai singolare, questa lirica non verrà mai inserita nelle raccolte poetiche di Pascoli.

Tra le presenze femminili importanti nella vita di Pascoli, non possiamo tacere due donne che rappresentarono per il poeta le confidenti, le amiche, ammiratrici della sua poesia. Stiamo parlando di Matilde Giorgini Schiff e di Emma Strozzi Corcos.

Con “donna Matilde” il poeta venne in contatto nel periodo trascorso a Pisa come professore di Grammatica greca e latina, soggiornando ai piedi della Torre dall’autunno del 1903 alla primavera del 1905. Figlia di Giovan Battista Giorgini e di Vittoria Manzoni, nipote quindi del grande Alessandro Manzoni, Matilde era una donna di carattere vivace e vitale, che visse tra Pisa, Firenze, Roma, Modena (dove conobbe e sposò il futuro marito Roberto Schiff). Dedicò grande attenzione alla conservazione delle memorie famigliari, divenendo punto di riferimento per molti studiosi manzoniani e del Risorgimento. Matilde era quindi una di quelle donne colte che amavano i salotti, le conferenze e la poesia.

Ecco come ricorda l’incontro con Giovanni Pascoli, con il quale intrecciò una fitta corrispondenza:

Durante il troppo breve periodo di tempo che Giovanni Pascoli trascorse a Pisa, avemmo frequenti occasioni di avvicinarlo, mio padre ed io. Avvicinarlo voleva dire innamorarsi di lui, di quell’anima che per gli occhi e per il sorriso, anche quando la voce taceva, traspariva così ricca di nativa e superiore bontà. Andavamo talvolta da lui; e tutti quelli che hanno avuto la fortuna di vederlo in casa sua, sanno quale dolcezza penetrante emanasse dalle persone e dalle cose nel semplice operoso ambiente di quella casa, sanno come certe forme casalinghe della sua poesia, che possono sembrare quasi leziose agli estranei, non sono in realtà che la sincera e genuina espressione delle sue abitudini e dei suoi gusti. Talvolta veniva lui a casa nostra, e godeva sentendo mio padre parlare del Manzoni, per il quale avevano ambedue uno specialissimo culto: poi parlavano di Virgilio, di Orazio... e le ore scorrevano deliziose.

Nell’estate del 1905, il padre di Matilde, Giovan Battista Giorgini, divenne cieco. Trascorreva le ore facendosi leggere dalla figlia i versi dell’amico Pascoli, che egli «diceva essere i più armoniosi di quanti se ne siano mai scritti in italiano». In una lettera al poeta, Matilde scriveva:

Abbiamo fatto un gran leggere Pascoli in queste prime sere d’autunno in cui bisogna rincasare sull’imbrunire e accendere il lume alle 7. Lettura un po’ sconnessa, però perché la lettrice son io e coi miei nervi spesso succede che mi si bagnano gli occhi, mi si chiude la gola, e la strofa resta lì a mezzo nella strozza. Il nido di farlotti – Giovannino – La voce – La Messa – Il ritratto – Un ricordo – Casa mia... Mi hanno giocati di questi tiri, e allora il povero papà, che non può veder da sé, deve aspettare che io sia tornata un po’ forte. Anche ai miei due uomini ho veduti più volte inumidirsi gli occhi. Giorgino poi piange francamente.

Matilde nelle lettere si firma «la sua umile e devota ammiratrice» poiché di fatto quell’intesa profonda nasceva proprio dall’ammirazione per quella sua sensibilità, per quella poesia che toccava le corde dell’animo femminile. Non va dimenticato che all’epoca era raro trovare nell’uomo questa delicatezza d’animo, questa gentilezza capaci invece di conquistare la donna. E Matilde afferma lei stessa di avere per il poeta «un attaccamento grande tenero profondo, non è soltanto il Pascoli ammirato che amo in lei, è il Pascoli buono che colle parole soavi, colle dolci melodie, coi pensieri squisiti ha dato conforto e ricreazione a Lui fino ai suoi ultimi giorni... ». Il padre di Matilde era morto nella primavera del 1908 e il poeta, anche se da lontano, era stato vicino all’amica, con una vicinanza emotiva che evidentemente questa donna trovava solo in lui.

Ulteriormente coinvolta in un intensissimo scambio epistolare con Pascoli, è Emma Strozzi, sposata in seconde nozze col celebre pittore Vittorio Corcos, incontrata per la prima volta dal poeta nel 1902. Emma era titolare di un salotto cultural-mondano in una Firenze spaccata già tra personaggi della tradizione, gravitanti intorno al «Marzocco» e alle letture dantesche. Emma diventerà la confidente del poeta, con le sue qualità e i suoi difetti: il suo cattolicesimo di tradizione ma che criticava la struttura politica della Chiesa nonché l’ingombro del rito, allo stesso modo di Pascoli.

Il ricchissimo carteggio tra i due abbraccia gli anni che vanno dalla pubblicazione dei Poemetti, nel 1897, fino alla morte di Pascoli; una presenza femminile costante nella vita del poeta per ben quindici anni.

«Ringrazio Dio – ripeteva Emma Corcos – di avermi fatto vivere nel tempo di Pascoli». E un giorno, in cui aveva appreso che il poeta le aveva dedicato una delle sue liriche, il Padre Pistelli che incontrò la Corcos a Firenze, la vide traboccante di felicità, come raccontava all’amico poeta:

Ho trovato or ora in via Calzaioli la buona signora Ignota con la sua figliola. Era stata a cercar me, felice de’ suoi versi; così felice che la gente si voltava a guardarci. Mi ha lasciato la lettera, e la ho qui. Ella vuole che io Le scriva che è vecchia e brutta. Non so. Soltanto so che è degna di quei suoi versi; e mi par di dir tutto così.

Pascoli aveva scritto dei versi che intitolò All’ignota e lì spedì ad Emma il primo gennaio del 1899, versi che vennero però resi pubblici soltanto nel 1923 da Luigi Pietrobono, col consenso della donna.

I due non si erano mai visti di persona e tarderanno molti anni prima di farlo. Nella poesia dedicata all’amica il poeta immagina i suoi occhi che sembrano «stelle del cielo sommerse nell’onda del mare». In effetti Emma Corcos era molto bella e il ritratto dipinto dal poeta coglieva nel vero:

Sì: gli occhi li vedo, o Sirena,
né so di qual luce pur sono:
cilestri com’alba serena?
notturni com’eco di tuono?
 
Li vedo, ma come tra un velo,
nel sogno che lucido appare:
mi sembrano stelle del cielo
sommerse nell’onda del mare:
 
del mare che ride e che piange
con labile moto
nell’ansio suo frangere a margine ignoto.
 
La voce, sì l’odo, o Sirena;
ma quale n’è il suono non sento:
gorgoglio di gracile vena?
Sospiro di morbido vento?
 
La sento, ma dentro la romba
del sogno, che s’agita fosco:
mi sembra un cantar di colomba
fra l’ampio stormire del bosco:
 
del bosco che splende e che s’ombra
con fragile moto
nell’ansia penombra di turbine ignoto.
 

Il legame tra Pascoli e la “gentile ignota” diventa ben presto esclusivo: lei è la confidente, l’interprete autorizzata, il trait d’union con la società fiorentina. Pascoli insomma era “suo”, a tal punto che la Corcos scriveva al poeta: «Io sono molto gelosa di coloro che La conoscono e soffro per questo».

Così come afferma Marabini, quell’“ignota” in cui si nascose a lungo l’identità di Emma Corcos, significava al tempo stesso separazione e protezione da un mondo che Pascoli non amava molto, lontano dalla mondanità e dalle dame, preferendo la vita semplice della campagna. Nonostante la diversità del loro mondo, restava però quel legame misterioso, forse anche irrazionale, di intensa affinità.

Prima dell’incontro che avrà luogo a Firenze il 4 dicembre del 1902, in occasione della Prolusione al Paradiso tenuta in Orsanmichele, la Corcos gli aveva scritto in proposito:

La prego di chiamarmi sempre ignota; “gentile signora” lo direbbe a tutte e me lo scrivono tutti; l’ignota son io; e se non lo trovo nelle sue lettere mi pare che non mi voglia più bene: ci sento un leggero castigo, come quando si da del lei ai bambini. Son felice di conoscerla e mi vergogno: son brutta e grassa; dunque non dimagri. Anche per questo tengo a rimanere l’ignota creata dall’anima sua.

A causa della freddezza con cui la città di Firenze aveva accolto la lettura del poeta, egli era fuggito subito via mentre la Corcos l’avrebbe voluto trattenere. Ma in una lettera successiva, Emma gli aveva confidato le sue emozioni nell’averlo finalmente conosciuto di persona:

Dopo quelli del mio nido, c’è subito, nel mio cuore, il caro poeta di Castelvecchio. Vede, se potessi chiedere alle fate bellezza, ricchezza, gioventù, cultura e (stavo per dire intelligenza, ma di più, come femmina, non ne vorrei perché dà noia) e se le fate mi concedessero tutti quei doni, io sposerei subito Giovanni Pascoli; e sarei la sorella di Mariù. Non glielo dicevo prima di vederlo, benché lo pensassi; ora che l’ho anche guardato, ho proprio voluto che lo sapesse.

Anche D’Annunzio aveva intuito quella “adorazione” che si leggeva negli occhi di Emma Corcos:

Parlando di lei ne disse tutto quel bene che merita; disse che è l’unico, che niuno può esserle rivale; disse tante cose belle e buone che io lo guardavo con grande tenerezza, come avesse parlato di un mio figlio. E allora, vedendo nel mio viso tutta la mia consolazione, mi domandò: “Ella lo ama molto?” - Io lo adoro, risposi.

Un legame di vero affetto esisteva se aveva resistito tanti anni. Il poeta si preoccupava per la salute dell’amica, così come Emma se non riceveva lettere diventava inquieta. Il Pistelli riferiva al poeta sulla salute di Emma e sulla difficoltà della sua vita quotidiana che la vedeva impegnata con 6 figli:

E tutto grava su lei, perché Vittorio non è buono che a fare quei bei ritratti. Ho piacere che le abbia scritto. Sarà un gran conforto per lei. Sapesse quante volte è nominato Lei in quella casa. Appena la D.G. è un po’ seria o taciturna, i due bimbi dicono: - Ecco, Mammà pensa al Pascoli.

Appare evidente come questo vincolo affettivo nato e sviluppatosi tra il poeta ed Emma, andasse al di là di un semplice rapporto di amicizia; certo si trattava di un amore platonico ma poteva essere probabilmente definito un amore mancato. Non si spiegherebbe in caso contrario la complicità tra i due, l’assidua frequentazione epistolare, la necessità assoluta di non perdersi. Interessante l’incontro avvenuto tra D’Annunzio e la Corcos, sul quale quest’ultima ironizzava, notando la netta diversità tra gli animi dei due poeti, la spaccatura tra i due quando si trattava di definire l’amore.

Ecco cosa Emma scriveva in proposito all’amato poeta romagnolo:

Una sera, alla Leonardo da Vinci, nella società di superuomini sorta da poco a Firenze, Gabriele ed io parlavamo di Lei manifestandoci scambievolmente la nostra ammirazione. Mi lasciavo trascinare dal mio entusiasmo: “Lo ama molto?” “Moltissimo”. Badi che Maria sarà gelosa; Maria adora il fratello.” Io dissi: “Lo adoreremo in due; anche se Maria fosse gelosa, non potrei amarlo meno, e non gli domando niente.” Allora guardandomi con gli occhietti impuri, Gabriele mi disse: “Ella possiede la scienza di amare?” “Non avrei mai creduto che l’amore fosse una scienza!” - risposi ridendo - “E’ la più profonda, la più seria; qui non se ne può parlare; venga alla Capponcina, io le insegnerò la scienza di amare.”

Confidandosi con il “caro Pascoli” Emma aveva voluto forse in qualche modo sapere che cosa lui ne pensasse di un uomo come D’Annunzio che, a suo modo di vedere, era «un immenso artista che non possiede il sentimento e che vorrebbe crearlo dalla sensualità.» Quasi a volere svelare quel sentimento di amore più nobile che di certo un poeta come Pascoli doveva aver provato in vita sua. Emma lo aveva intuito ma non aveva ricevuto risposta dal poeta; manca infatti riscontro a questa lettera di fine luglio.

La “gentile ignota” arriverà persino a pensare di prendere casa a Castelvecchio, per essergli più vicino, magari soltanto per vederlo. Pare che la reazione di Pascoli fosse molto tiepida, forse sarebbe stato un passo troppo grave e minaccioso per la sua tranquillità di poeta.

Concludiamo con una “voce” che circolava a Firenze, quando nel 1909 alla Corcos era stato riferito che Pascoli stava per sposare una vedova, indicata da Marabini come Ida Gini, vedova di Severino Ferrari. Pascoli smentisce radicalmente la voce arrivata ad Emma da tre differenti persone, dichiarando la cosa impossibile, per il semplice fatto che egli trovava la presunta fidanzata «così antipatica, quasi odiosa!».

Ecco il dialogo che Emma Corcos aveva avuto con Ugo Ojetti in proposito, riportato in una lettera a Pascoli nel dettaglio:

Primo fu Ugo Ojetti che entrò in salotto:

-Ha sentito? Il nostro Giovannino prende moglie.

-Prende moglie?!!!

-Sì, prende moglie; che c’è di strano? Non è un uomo anche lui?

-Sì, ma non è possibile...

-Povera signora Emma, le rincresce? Quanto tempo che non le scrive?

-E’ molto tempo che non mi scrive.

-Vede dunque, non le scrive per non darle questo dolore.

-Non sarebbe un dolore, ma avrei preferito di saperlo da lui. - E, non so perché, diventai rossa.

-Lei diventa rossa, lo diremo a Vittorio: sicuro, sicuro, il nostro Giovannino sposa la vedova S. I. e perché no? Saranno felici e finalmente ci darà delle poesie d’amore. -

Fui disinvolta, lasciai cadere il discorso con un meglio così sentendo dentro di me uno sgomento, come quando crollò il campanile di Venezia. Non ci credevo, ma il dubbio mi era entrato nel cuore, dubbio che tenni in me per non divulgarlo con domande. Poi fu il figlio di Biagi, ragazzo di Liceo, che mi domandò se era vero:

-Non ne so nulla.

-Allora non sarà vero.

-O te da chi lo hai saputo?

-Lo dicevano stamani a scuola, credo che avesse portato la notizia il Gerenzi.

-Dopo tutto, dissi io per indagare l’opinione di questi ragazzi che hanno un’adorazione per lei, anche il Pascoli è un uomo.

-No, disse il Pimpi, è un poeta; ora è nostro e se prende moglie mi pare che non sia più nostro.

-O D’Annunzio?

-E Gigi Biagi rispose: - Chi ha mai sentito che D’Annunzio fosse nostro?

E il Pimpi concluse:

-Io per conto mio non ci credo. Ormai il Pascoli e Mariù sono un monumento. […]

E finalmente il Mazzoni:

-Ha sentito? Ha sentito?

Mi rincorse per la strada: - Non ci crede? Anzi, è una bella cosa, la successione in tutti i termini! - E si allontanò scodinzolando.

Eccole, caro amico, quello che mi bruciava di farle sapere. Non lo avrei fatto senza la sua lettera e ora sto meglio. Dentro di me pensavo: Che il Pascoli sia felice e avvenga quello che deve avvenire. - Non conosco la Signora e mi immaginavo che avesse due grandi qualità spirituali, anche per le parole del Mazzoni che li trovava adattatissimi.

Ma ringrazio Dio  che non sia vero.

Avvertendo l’avvicinarsi della morte, Pascoli scriveva le sue ultime parole alla sua Emma:

Donna gentile, io sono malato e ho molto da fare e una gran voglia di essere libero των πραγμάτον (questo è il colmo! Due parole greche a una signora!). Sono triste usque ad mortem!

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