• Ultimo Aggiornamento: Mercoledì 02 Dicembre 2020 - 21:51:08
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CLASSE 1^ -  ANNO  SCOLASTICO 1975-76
CLASSE 1^ - ANNO SCOLASTICO 1975-76

 

  Prendiamo le nostre valigie e ci dirigiamo verso l’entrata dell’albergo su cui è posta un’insegna luminosa alquanto curiosa, un grosso faccione d'uomo con la bocca spalancata in una grande risata e due guance rosse come il fuoco.

 Il signore che ci accoglie alla reception ha una faccia del tutto identica a quella dell’insegna con l'aggiunta di una pancia enorme e una testa liscia come un uovo che riflette la luce del neon sopra di lui.

  Ci guarda con due occhietti furbi e di tanto in tanto emette un breve risolino:

“Iiihhh…iiihh…iiihhh…”.

Boh, cosa avrà da ridere? Ci sussurriamo guardandoci in faccia dubbiosi, mah, sarà normale sto tipo? Vien da chiederci.

 Appena il maestro gli chiede camere e cena, scoppia in una risata così fragorosa e convinta come se gli avessimo raccontato chissà quale barzelletta.

 E continua a ridere senza vergogna, gli occhi quasi chiusi e il pancione che ha dei sussulti che pare attraversato da una scarica elettrica. E ride e ride che la faccia gli è diventata paonazza e ogni qualvolta prende fiato, gli esce dalla gola uno strano rantolo di bronchite asmatica simile al cigolio di una vecchia porta arrugginita.

   “Questo scoppia!”.

 Pensiamo tutti, poi si gira verso la mensola, stacca le chiavi e ce le tira sempre ridendo come se si divertisse un mondo.

  Non ci aspettavamo un impatto del genere, qualcuno storce il naso ma c’è anche chi si è fatto contagiare e vorrebbe ridere, ma vedendo lo sguardo accigliato del maestro, si stringe forte il naso.

 Ci inoltriamo nel largo corridoio, prendiamo posto nelle camere e ci diamo l’appuntamento per la cena alle otto giù nel salone.

 All’ora indicata ci ritroviamo attorno ad una grande tavola ben apparecchiata, agli estremi della quale ci sono due eleganti camerieri  che come ci guardano scoppiano in strane risatine. Non dicono parola, non rispondono ai nostri buonasera, ma ridono solo, spesso tenendosi una mano sulla bocca.

 Quando però il maestro chiede loro cosa c’è di buono da mettere sotto i denti, spalancano la bocca in una tale risata da torcersi in due.

 E ridono, ridono di gusto, la cosa però non ci tocca, noi abbiamo fame ché voglia di ridere!

  Ridono fino alle lacrime, poi rivolgendosi a noi, riescono a dire:

“Stasera, per primo: riso, ah, ah, ah… secondo: riso, ah, ah, ah… contorno: riso, aaaaahhh…!!!

 Senza altro aggiungere, ma sempre ridendo si allontanano in direzione della cucina.  

 Pochi minuti dopo rientrano e ci servono, ovviamente tra sonore risate, un piatto enorme di riso ciascuno, vorrebbero aggiungere un: buon appetito, ci provano ma, dal tanto ridere, non ci riescono, come aprono la bocca, invece di parole, escono solo risate.

  Sempre più convinti d’aver anche stavolta sbagliato albergo, ci mettiamo a mangiare il riso di pessimo umore, qualcuno poi storce anche il muso perché il riso non lo gradisce, ma la fame è tanta e così in punta di cucchiaio se ne assaggia qualche chicco.

 Uhm però, mica male, il sapore è decisamente gradevole, anzi è buonissimo, ora tutti siamo a bocca piena e più ne mandiamo giù e più ci sentiamo pervasi da un crescente buonumore. Prima ancora che i piatti siano ripuliti fino all’ultimo chicco, l’allegria è totale e adesso con la pancia piena di riso, basta un niente per farci scoppiare in grasse risate.

 Se cade una forchetta a qualcuno: risate! Se si versa una goccia d’acqua sul tavolo: risate! Se uno si pulisce la bocca col tovagliolo: risate! Risate, sempre risate e da scoppiare.  

 Trascorriamo tutta la sera attorno al tavolo a ridere a crepapelle, basta che uno si alzi e dica:

“Lo sapete che mi è morto il gatto?”. E giù tutti a ridere.

 Poi si passa a raccontare le barzellette, da pisciarsi addosso e dire che erano tutte inventate lì per lì e senza alcun sugo:

“Ieri ho visto un asino volare!”. Raccontava uno e gli altri a ridere.

“Una volta ho visto un cane fare la pipì in un albero!”. Insisteva un altro e tutti a ridere.

  Le altre barzellette successive erano più o meno di questo tenore o anche peggio.

 Ci ritiriamo nelle camere che ancora si ride e si ride per tutta la notte, quando pare che si faccia silenzio e ci si possa addormentare, ecco che si sente una risatina soffocata, è come un segnale e tutti a ridere a più non posso.

 Stiamo ancora ridendo quando ci rechiamo a consumare la colazione a base, ovviamente, di riso e condita dalle nostre risate.

  Con le valigie in mano attraversiamo il marciapiede esterno per recarci alla corriera della fantasia e intanto consumiamo le ultime risate fra gli sguardi di compatimento di alcuni passanti che ignari del perché del nostro ridere, forse ci prendono per dei picchiatelli.

Attraversiamo ora la Campania, che meraviglia di paesaggi offre Napoli, e che dire di Pompei ed Ercolano, e del Vesuvio, e della costiera Amalfitana, e di Capri, e di Ischia, non si finirebbe mai di elencare il “bello” che ci ha accompagnato  lungo il viaggio odierno.

  Tutto è ben impresso nella nostra mente e più di tutto il racconto di ciò che è accaduto qualche anno fa in una cittadina dove ci siamo casualmente fermati e dove abbiamo notato al centro della piazza un albero gigantesco coi rami scheletrici, mentre tutto attorno le chiome degli altri alberi esplodevano di verde.

 Un albero secco, avvizzito, recante sul tronco morto una targa su cui era scritto in grande: PERDONACI.

(Continua)

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