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Illustrazioni di Filippo Maroni

Lalbero dei salumi
L'albero dei salumi
 

Si sente raccontare spesso di una città di cui però nessuno ricorda il nome e di un albero di cui nessuno ricorda la famiglia, tutti però sanno delle singolari caratteristiche di quell'esemplare, della sua vicenda e della sua triste fine.

  I fatti dunque.

  In un tempo, così lontano o così vicino, nessuno lo rammenta, sorgeva ai piedi di dolci colline una città, non molto grande a dire il vero, anzi molti dicono fosse addirittura un paesello e... null’altro. Insomma, si può immaginare una cittadina né più, né meno come la nostra, con gente né più, né meno come…noi!

  Ciò che invece tutti ben conoscono è la storia di un albero, anzi “DELL’ ALBERO DEI SALUMI”, com’era e com’è a tutti noto.

  Per un seme venuto da chissà dove o per uno strano capriccio della natura, accade che un bel giorno del mese di febbraio nel bel mezzo della piazza principale di questa sconosciuta cittadina, facendosi largo tra le crepe delle pietre, spuntò un alberello.

 Non fosse stato per la stranezza di essere cresciuto in quel luogo così inusuale e inospitale, probabilmente gli operai del comune lo avrebbero estirpato, ma la volontà di vita di quel tenero virgulto indusse la gente a rispettarlo, anzi il sindaco ordinò che tutto intorno si stendessero catenelle e segnali stradali per avvertire gli automobilisti a prestare attenzione all’alberello.

   Alla fine di febbraio era già alto un metro, alla fine di marzo raggiungeva i due metri, cresceva un metro al mese.

  Quando i tiepidi calori primaverili cominciarono a gonfiare le gemme di alberi e arbusti, il nostro non fu da meno, aveva rami lunghi e così pieni di gemme come nessuno aveva visto mai, ma ancora più incredibile fu la sua fioritura. Centinaia e centinaia di fiori multicolori e grossi come rose sbocciarono su ogni più piccolo rametto e il profumo fu così soave ed intenso da profumare tutta quanta la cittadina in ogni suo angolo.

  E la gente amò quel prodigioso albero, il sindaco vietò il traffico agli autoveicoli sulla piazza, che fu trasformata in “isola pedonale permanente” ed in tanti la frequentavano così che ogni giorno sembrava una festa.

  Uomini e donne di ritorno dal lavoro si fermavano a lungo a ritemprarsi respirando quell’aria profumata e ammirando la fioritura, coppie di anziani passeggiavano intorno alla pianta felici di vivere, giovani mamme sostavano per ore sulla piazza coi loro piccoli convinte che sarebbero così cresciuti sani e robusti, i bambini poi erano i più felici, potevano correre e schiamazzare in quello spazio protetto in tutta sicurezza, insomma per tutti c’era un motivo più che sufficiente per trascorrere gran parte del loro tempo libero a gironzolare intorno all’albero.

  Passò aprile, poi maggio e con giugno arrivò l’estate, un’estate calda e afosa come mai era accaduto.

  L’albero aveva continuato a crescere ed ora misurava almeno ben cinque metri d’altezza, aveva una folta chioma verde a forma di ombrello che nel mese di agosto, il mese più caldo di quella torrida estate, riusciva a coprire tutta la piazza.

 Le sue leggere foglie spandevano tutto intorno un’ombra fresca e profumata, non v’era nella cittadina altro luogo in cui si vivesse meglio. La gente del posto trascorse le ferie sotto l’albero, turisti vennero dai luoghi vicini e lontani, oramai quasi tutta la vita pubblica di quegli abitanti si svolgeva in piazza sotto il maestoso albero: si giocava, si chiacchierava, si discuteva, si mangiava e c’era anche chi dormiva.

  Quell’albero misterioso era proprio una continua fonte di piacevoli sorprese, tutti lo amavano e rispettavano e l’albero sembrava fosse consapevole di questo affetto, tutti avevano l’impressione che fosse addirittura felice.

  Fu così che agli inizi di ottobre la sua anima vegetale forse pensò di ricambiare l’amore di quella gente, offrendo loro il meglio di se stesso: i frutti.

  Nel tempo di una notte spuntarono e giunsero a maturazione, erano salumi, sì, sì, proprio così: prosciutti, salami, mortadelle e culatelli pendevano dai rami che, seppur robusti e forti, si piegavano fino a toccare terra, quasi che l’albero in un impulso estremo di generosità, volesse dire:- Ecco i miei doni per voi, prendeteli!

  Un mattino una piccola folla di gente incredula si fermò ammirata e qualcuno rompendo la ritrosia staccò uno di quei frutti, lo assaggiò ed urlò:

   - E’ prosciutto, è prosciutto, e del migliore!

  L’urlo dilagò per la città e ben presto tutti accorsero con cesti, sportine di plastica, sacchi, sacchetti, contenitori vari e si avventarono sull’albero timorosi che quella fortuna toccasse solo agli altri.

  E più che prendere saccheggiarono, staccarono senza alcuna attenzione, strapparono e spezzarono i rami violentemente, si arrampicarono fino alla sommità ferendolo in ogni sua parte. E quando anche l’ultima mortadellina fu staccata e l’albero spogliato di ogni suo frutto, era come se un uragano di inusitata violenza l’avesse squassato: rami spezzati, foglie staccate, corteccia ferita.

  Pochi giorni dopo questo fatto, le foglie superstiti cominciarono ad ingiallire precocemente e a cadere, l’albero appariva mogio, depresso, coi rami cadenti, a tutti era evidente che stava male, spaventato ed offeso dall’ingordigia di quella gente, forse stava morendo.

  Si racconta ancora che durante le notti invernali, quando il gelido vento di tramontana si schiantava tra i rami nudi della pianta, si udiva come un lamento o forse un pianto.

  Quel senso di dolore straziante riuscì finalmente a toccare il cuore di quella gente, che molto si pentì e cercò in tutti i modi di farsi perdonare e rimediare: arricchirono le radici con nuova terra, sparsero tutto intorno i più fertili concimi, arrivarono persino a fasciare il tronco e i rami con morbida e lana per preservarlo dai rigori invernali, ma ahimè, tutto fu vano.

  Quando, come sempre, la primavera ritornò e su alberi e arbusti le gemme si gonfiarono fino a scoppiare in una festa di foglie e fiori, il nostro non diede alcun segno di vita, dal lungo sonno invernale non si sarebbe destato mai più, era irrimediabilmente morto.

  Nessuno ebbe il coraggio di chiederne l’abbattimento, forse si sperava in un suo perdono e che prima o poi ritornasse a germogliare, non fu così e pertanto per anni e anni si erse imponente al centro della piazza di quella cittadina e coi suoi rami nudi e scheletrici sembrava volesse ammonire la gente a mai più violentare la natura per soddisfare il proprio egoismo.

 Un' altra giornata sta per chiudersi e, come tutte le sere, siamo alla ricerca di un hotel per la notte e non dobbiamo attendere più di tanto perché lungo la strada che conduce verso la Calabria, proprio innanzi a noi si erge:

L’ ALBERGO  DEI  SOGNI  BELLI

  (Continua)

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