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il viaggio di nozze
Cl. 4^ - Anno Sc. 1978 – 79. Si preparano le matrici da inserire nel ciclostile ad alcol per la stampa del giornalino mensile.

Il viaggio di nozze

Non poteva mancare il tradizionale viaggio di nozze e salutati parenti ed amici si alzarono in volo senza sapere esattamente dove andare, non avevano  fatto programmi, del resto, loro del mondo sapevano ben poco, e poi le mosche non erano indicate per programmare, ma erano giovani, innamorati e felici, così qualsiasi luogo andava bene, bastava lasciarsi trasportare dal vento.

Puntarono allora diritto nella direzione del sole e quando questi calò tra i monti, si trovarono sopra un centro abitato che a loro sembrò grandissimo, pieno di palazzi, case e luci, mai visto nulla di simile, la novità suscitò in loro grande stupore e meraviglia.

C'erano tanti umani che andavano qua e là, auto, motorini, biciclette, mai vista tanta roba in un solo posto, quasi storditi dal traffico e dalla confusione e per avere un'idea più precisa di dove si trovavano, volarono sul punto più alto della città, il campanile e di lassù ammirarono a lungo lo spettacolo delle luci finché il sonno li colse.

Si destarono di buon ora, scesero dall’alto e attirati da un profumo stuzzicante entrarono in quella che era una pasticceria e posatasi su un bignè alla crema fecero la loro colazione.

Poi come turisti curiosi si diedero a volare di casa in casa e di negozio in negozio, succhiarono liquirizie e caramelle al bar dell’angolo, pizza al pomodoro nella pizzeria della piazza, gelato alla fragola nella gelateria del corso.

“Ma che bontà, ma che bontà!”, ripeteva lei, “Altroché la cacca di mucca!”, gridava compiaciuto lui, “Vivere qui deve essere un piacere enorme, uno spasso infinito, non ce ne andiamo mica più, Moskj (così amorevolmente la chiamava lui), sai come si chiama questa città?”. “Purtroppo no, per strada avevo visto un cartello, ma è un nome troppo lungo, non lo ricordo, mi dispiace.”. “Fa niente, però visitiamola!”.

Procedendo nella loro escursione alla scoperta delle meraviglie presenti, furono attirati da un leggero odorino di muffa che proveniva da una vecchia casa che a Moscone ricordava un po' la sua capanna di nascita, qui però era pieno di quadri, fotografie e libri polverosi, svolazzavano allegramente qua e là senza però capire niente, ma che importava, loro erano mosche, cosa c'era da capire?

Improvvisamente furono fermati in modo piuttosto burbero da una strana mosca che indossava una divisa grigia mai vista prima.

“Turisti, éh?!”. Domandò la nuova mosca. “Seguitemi che vi mostro la casa, io sono Peppa, la custode di tutto ciò che vedete e, quando arrivano mosche-turiste, io faccio il cicerone?”.

Loro annuirono senza parlare e la seguirono in silenzio e ovunque andassero Peppa diceva e diceva come fosse una macchinetta, parlava di un poeta dall’infanzia sfortunata, di una vita piena di dolore, di studio, di poesia, di fama e onore.

Loro ascoltavano attentamente ma non capivano praticamente nulla e così quando Moschina ingenuamente e candidamente chiese: “Scusami Peppa, ma di chi e di che cosa stiamo parlando?”.

“Ma di Giovanni Pascoli!”. Sbottò la mosca-custode quasi incredula. “Ma da dove venite voi, di quanta ignoranza siete colmi? Mai sentito parlare di Giovanni Pascoli?

Incredibile, ah, le giovani mosche, che ignoranti, seguitemi che ve lo presento!”.

Uscirono in giardino e li condusse innanzi ad un busto bronzeo che ritraeva un imponente omone con lo sguardo fisso sulla vecchia casa.

“Ecco”, disse Peppa seria, seria, “questo è Giovanni Pascoli, il poeta, il grande poeta, tutti lo conoscono, mancavate solo voi due!”.

“Bello!”, esclamarono senza convinzione i due non sapendo cosa aggiungere, “lo possiamo assaggiare?”.

“Certo, ma senza esagerare, avvicinatevi pure!”.

Non era male Giovanni Pascoli, aveva un sapore però di cose vecchie che  Moschina non gradì del tutto, Lele invece ne era entusiasta, un sapore così nuovo e diverso dai soliti non l'aveva mai gustato, decise all'istante di diventare un accanito pascolista e per dimostrare il suo amore verso il poeta, lo percorse quasi per intero, ogni tanto si fermava per una succhiatina e quando arrivò sul faccione, assai satollo e la pancia piena, fece la sua cacca, com'era abituato da sempre a farla dove si trovava, stavolta casualmente sulla punta del naso del Pascoli.

A tale vista la mosca-custode andò su tutte le furie: “Ignoranti e anche maleducati, non sapete cosa avete fatto, avete lordato e mancato di rispetto al più grande dei poeti, via di qui prima che vi faccia pagare i danni!”.

Se ne fuggirono piuttosto umiliati, poi ripensando all’accaduto: a Peppa, a Pascoli, e alla cacca, prese loro una gran voglia di ridere, Lele sdraiato sulla schiena e paonazzo in viso, scalciava l’aria con cinque zampette e con la sesta si teneva stretto lo stomaco per non scoppiare, ogni tanto esclamava: “Che forte Pascoli! Che forte Pascoli!”, poi riprendeva a ridere.

(Continua)

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