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Razza italianaA un esecrabile crimine ne è seguito un altro. Il primo ha i caratteri della peggior cronaca nera, il secondo trabocca razzismo. Parlo, come si sarà capito, dei fatti di Macerata. Che non riassumo perché assai noti e che hanno riportato in prima pagina una parola nefasta come “razza” riguardo alla quale si ricorda quest'anno una ricorrenza, che non avremmo voluto rammentare, perché non accaduta: le famigerate leggi razziali introdotte dal regime fascista nel 1938.

Non molto tempo fa un candidato a presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana, che per altro nel periodo in cui era stato sindaco di Varese aveva dimostrato una certa moderazione, si è lanciato in difesa della “razza bianca” contro l'eccessiva immigrazione, scatenando – e giustamente – una marea di critiche. Il concetto di razza, infatti, non è deprecabile solo dal punto di vista etico, ma anche assolutamente infondato dal punto di vista scientifico come ampiamente dimostrato da ricerche e studi incontrovertibili.

Fontana per cercare di porre una toppa ha, in seguito, dichiarato che la parola razza campeggia nell'articolo 3 della Costituzione. Ed è vero. Tant'è che da molte parti se ne propone la cancellazione. Tra gli altri, pur riconoscendo le ragioni dei costituenti nell'usarla, si è espressa in questo senso la neosenatrice a vita Liliana Segre. Che le leggi razziali ha subito sulla propria pelle finendo in un campo di concentramento, dove fu tra i pochi a salvarsi.

Quali furono allora le ragioni dei padri costituenti? La usarono in negativo. Il momento storico richiedeva che nella nostra carta fondamentale non andasse dispersa la memoria e la condanna di uno dei crimini più vergognosi del fascismo. Per questo penso che detta parola possa, dopo un ampio dibattito, essere cancellata, ma tutto sommato rimanere anche lì dov'è. In quello che resta l'articolo più bello della nostra Costituzione.

Gianfranco Miro Gori

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