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zibaldino 06.05.2018Più di vent'anni fa, per l'esattezza nel 1995, pubblicai dei versi che ironizzavano sull'uso dell'inglese. Smodato, e soprattutto sintomatico di una certa arretratezza culturale. Week end aveva soppiantato, non si capisce perché, fine settimana. Impazzavano feeling e single. Qualcuno azzardava must. E altro potrei aggiungere. La questione della penetrazione dell'inglese è poi ricomparsa più volte come un fiume carsico.

Che lingue espressioni di culture egemoni tendano a soppiantare lingue più deboli, non è una novità, e non deve stupire - anche se una certa indignazione non guasta; ma la cultura italiana vanta parecchi quarti di nobiltà. Non lo dico per nazionalismo. Tutt'altro. Penso in generale che, quando una lingua scompare, trascini con sé tutto un mondo. Il che è da evitare. Così, anche nel mio piccolo, cerco di tramandare la memoria del dialetto romagnolo. Non per nostalgia di un mitico oggetto perduto, che non è mai esistito, ma per la conservazione di una cultura. D'altra parte non è chi non veda la sostanziale differenza tra il dialetto e la lingua italiana che è ancora viva e ampiamente usata. Così torniamo al punto iniziale.

Gli ultimi sprazzi dell'ormai annosa controversia registrano un recente picco. In discussione è il documento inviato alle scuole dal ministero dell'istruzione zeppo di inglesismi. L'allarme è partito dall'Accademia della Crusca. Che non è un ente passatista, polveroso e inutile, ma il difensore di una lingua e di una cultura vive. Gli esempi di inglesismi addotti sono moltissimi (da volontary discolosure ad abstract, rispettivamente “collaborazione volontaria” e “riassunto”) ma soprattutto due sono assai gravi. Ecco, con le parole di Claudio Marazzini presidente dell'Accademia della Crusca, intervistato da “Repubblica”: “Inorridisco” sottolinea lo storico della lingua “quando per esprimere concetti anche banali cominciamo a dire mission o vision...”. Termini, aggiungo, per i quali esiste una bella parola italiana e, se non bastasse, sono di chiara etimologia latina.

Gianfranco Miro Gori

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