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di Gianfranco Miro Gori

per non dimenticareHo appena letto, per un lavoro sulla memoria del Novecento, un libro che definire fondamentale pare poco: Se questo è un uomo di Primo Levi. Ne avevo un ricordo abbastanza nitido eppure la rilettura mi ha procurato ancora nuove potenti emozioni. Levi vi racconta i circa dieci mesi, terribili, ma ogni aggettivo pare inadeguato a descriverli, trascorsi come detenuto ebreo tra il 1944 e il gennaio del ’45 nel Lager di Auschwitz.

Al libro lavorò tra il dicembre 1945 e gennaio il 1947, anno nel quale fu pubblicato. Nel 1958 Se questo è un uomo venne accolto dalle edizioni Einaudi. Da quel momento, sono passati sessant'anni esatti, non cessa di essere ristampato e letto. Urbi et orbi. È un classico. Perché ogni volta che lo leggiamo vi troviamo qualcosa di nuovo.

Scritto con notevole sobrietà ed eleganza narra l'orrore del Lager nazista, alternando momenti di profonda riflessione. Si tratta di un lavoro della memoria (Levi precisa che “nessuno dei fatti è inventato”) di un uomo deriso e vilipeso, che scrive a posteriori come azione liberatoria e perché nessuno dimentichi. L'andamento non è quello del libro denuncia. No. Si tratta di molto, molto di più: di un potente romanzo che resta a imperitura memoria dei drammi del Novecento.

Ricordare Se questo è un uomo è sempre cosa buona e giusta, ma quest'anno c'è una ragione in più. Ricorre il triste ottantesimo dalla famigerata introduzione delle leggi razziali da parte da parte del dittatore fascista Benito Mussolini. Quelle norme che, nella scia della Germania nazista, stabilirono che gli uomini e le donne non erano tutti uguali e in particolare gli ebrei erano una razza inferiore e come tali dovevano essere discriminati. Non starò qui a insistere sulla perversione e falsità dell'idea stessa di razza (ampiamente dimostrata in campo scientifico). Ribadisco soltanto che fu proprio il dittatore Mussolini a far sì che migliaia di ebrei italiani, non solo fossero discriminati nella loro vita quotidiana (per esempio non potessero frequentare le stesse scuole degli italiani), ma finissero nei campi di sterminio. Come accadde a Primo Levi, uno dei pochi a salvarsi.

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