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Pubblichiamo a puntate questa curiosa serie di epigrafi nei cimiteri raccolte della scrittrice sammaurese Franca Fabbri. Come leggerete si può trovare davvero di tutto.

di Franca Fabbri

franca fabbri02Mi piace leggere nei cimiteri le epigrafi e fra queste cercare le più toccanti, le più originali, le più curiose e ricopiarle. Ne possiedo già una discreta collezione.

Alcune risalgono all’Ottocento e prima ancora. Il tempo, fra non molto, le cancellerà del tutto e l’uomo farà perdere anche queste testimonianze del suo passato. Sono auliche, retoriche, lunghe, spesso scritte in forma poetica o in latino, con date in cifre romane, alcune facili da capire, altre più impegnative, come queste: “Colomba, vissuta LXVII anni, solerte nel governo della famiglia, ai poveri tutta cuore, fidente in Dio, abbandonava serena la Terra, il giorno XXIV Novembre MDCCCLXII”. Chi l’avrebbe detto che la Colomba si sarebbe fatta ricordare nei secoli a causa delle cifre romane… 

Nel cimitero di Rimini, passando davanti a un monumento funebre, di fattura ottocentesca, vedevo, fino a poco tempo fa, due simpatiche facce, incise nel marmo, che mi sorridevano, nonostante l’epigrafe sotto di loro recitasse: “Ah, vili marrani, che nella piazza di Corpolò, un fatale dì, tiraste un colpo di archibugio…”. Tutte le volte che leggevo queste parole mi sembrava di sentire fischiare, dietro le orecchie, delle pallottole e sentire delle gran schioppettate. Un giorno, purtroppo, vidi il marmo tirato a lucido, le due facce non sorridevano più, perché sotto c’erano incise soltanto due freddi nomi e due fredde date. Che delusione!

Alcune epigrafi raccontano quasi per intero la vita del defunto e dopo infiniti lamenti e pianti sostengono con assoluta certezza che lui è passato a miglior vita.

Altre si dilungano sulla descrizione del carattere della cara salma e chi legge sbirciando anche le sembianze riprodotte nella fotografia, l’apprezza a tal punto da rammaricarsi di non averlo avuto come amico.

Naturalmente, tutti, indiscriminatamente, sono fulgidi esempi di virtù supreme, da seguire e imitare. Le fotografie di un tempo riproducevano solo il viso della persona, il sorriso appena accennato e sempre se ne intravedeva l’ eleganza. I colori, bianco, nero, o seppia, opachi, Adesso, sulle tombe, si vedono riprodotte facce che ridono a crepapelle, magari immortalate ad un’allegra tavolata o nell’atto di un maldestro “rovescio” a tennis. I colori sono sempre sgargianti e sfacciati.

Addio, sobrietà! (1- Continua)