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di Piero Maroni

Mariù PascoliAlla rabbia per la sconfortante vicenda dei funerali del Pascoli seguì un periodo di amara riflessione, digerire il boccone avvelenato non era semplice, ma di fronte al fatto compiuto, occorreva farsene una ragione e cercare di capire il perché del rancore di Maria verso i sammauresi.

Tornarono così alla mente alcuni atteggiamenti tenuti nei riguardi della famiglia Pascoli: alla morte per omicidio di Ruggero, ben poche furono le espressioni di solidarietà e vicinanza alla famiglia se si fa eccezione per i Tognacci, vicini di casa; quando si cercarono testimonianze per individuare gli assassini, tutti tacquero e dire che i loro nomi erano sulla bocca di tutti, ma nessuno osò rompere l'omertà diffusa; la famiglia fu cacciata dalla Torre nel disinteresse generale, l'unica voce partecipe fu quella di Pugnegna, un sammaurese che al mesto passaggio del carro che riconduceva alla casa natale di San Mauro la vedova Caterina coi suoi otto figli, non poté trattenere la commozione ed è il poeta stesso a raccontarlo in una struggente poesia:

E disse un uomo; disse: e l'udiva
ella e ne pianse le lunghe notti
e ne fu trista fin che fu viva,
un anno: "Un nido, ve', di farlotti!"
(da IL NIDO DI “FARLOTTI” di G.P.).

Un lungo tunnel di dolore si aprì alla morte del padre: a poca distanza l'una dall'altra morirono Margherita, la figlia maggiore, e Caterina, la madre, qualche anno dopo fu la volta di Luigi e successivamente di Giacomo, colui che aveva tentato di tenere unito il nido; la famiglia divisa e smembrata; la casa natale messa in vendita per necessità finanziarie; una volta raggiunto una buona situazione economica, il poeta cercò di ricomprare la casa natale, ma si trovò a trattare con un proprietario che fiutando l'affare, aumentava costantemente il prezzo, fino a che vi rinunziò definitivamente. Come poteva quella gente superstite disgiungere San Mauro dal dolore e dall'angoscia, non poterono, Maria non volle.

A tutto questo vi si aggiungano certe lamentazioni del Pascoli riguardo la scarsità di veri amici in paese, alcune maldicenze nei suoi confronti circa spese avventate, l'indifferenza dei suoi compaesani verso la sua poesia, esemplare a questo proposito un epigramma composto qualche tempo dopo l'invio di quattro liriche in occasione del matrimonio Tosi-Briolini che, a suo avviso, non erano state valutate nel loro giusto valore:

“Al mio villaggio, al dolor cui mi lega, \ volli portare il mio perenne lauro, \ ma questo è in pregio solo per i fegatelli... a San Mauro!”

Maria, che aveva condiviso gran parte della sua vita con Giovanni, non poteva non aver assorbito le insoddisfazioni del fratello e non mancò di renderle di pubblico dominio in lettere inviate nel 1933 al critico letterario Luigi Pietrobono: “I sammauresi hanno torto marcio di pensare di poter avere Giovannino là, mentre non hanno fatto nulla per averlo da vivo. Le ingiustizie commesse non si riparano quando uno non c'è più.”

Per lei San Mauro “è il paese delle bugie e la gente rozza e ignorante, che apprezza solo il denaro” e, dopo una sola sporadica visita nel 1897, mai più vi rimetterà piede.

Che la gente fosse rozza e ignorante è senz'altro possibile, ma non per loro colpa, il paese viveva in uno stato di grave miseria e la gran parte della popolazione era analfabeta, condizioni non certo favorevoli per apprezzare la poesia del Pascoli.

D'altra parte non si considerò la vicenda umana della donna, che aveva dedicato e trascorso gran parte della sua vita accanto al fratello, così da giustificare il desiderio di non separarsene neanche dopo la morte, basti pensare che nel sarcofago installato nella cappellina adiacente alla villa di Castelvecchio, fece lasciare una fessura in modo da potervi inserire una mano per accarezzare la bara del fratello in corrispondenza del volto. (4 - Continua)