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Quarta puntata con il racconto del carteggio tra Giovanni Pascoli e Leopoldo Tosi.

di Piero Maroni

Tosi in autoL'amore del poeta verso i suoi compaesani in verità andava a corrente alterna, a parole di esaltazione nei riguardi di San Mauro se ne sovrapponevano altre di estrema diversità con le quali si lamentava assai dell'indifferenza che percepiva nei suoi confronti dai sammauresi. “[...] mi sarebbe parso un sorriso di sole un vostro rallegramento per la mia quinta vittoria Olandese, o miei concittadini amati. Invece nulla!”. Scriveva a Pietro Guidi, al quale ancora più tardi aggiungeva: “[...]mi parve, qualche settimana fa, d'essere come dimenticato da tutti; e, se m'increbbe per molti, per il mio San Mauro mi dolse, a diritura, e n'ebbi quasi angoscia.”.

Dopo l'invio delle quattro liriche per le nozze Tosi-Briolini, il rammarico si fece pesante: “Al mio villaggio, al dolor cui mi lega, volli portare il mio perenne lauro; ma questo è in pregio solo per i fegatelli... a San Mauro.” (G. Pascoli, Pensieri e cose varie, a cura di R. Aymone e A. Apostolico, Edisud, Salerno 2011), la convinzione sua era che non erano state valutate nella giusta misura a causa dell'indifferenza dei suoi concittadini, fatto probabilmente reale, ma che non teneva conto del basso livello d'istruzione presente a San Mauro, che a quei tempi, secondo l'Inchiesta Jacini, su una popolazione di 2.300 abitanti, ben 2.050 abitavano nella zona rurale, dove la scuola non era una priorità in quanto altre erano le necessità.

A Tosi (nella foto, in auto), come accadeva di frequente, non restava che cercare di smorzare i toni: “[...] fai delle supposizioni a carico de' tuoi compaesani che non hanno in fatto ragion d'essere, perché tutti ti amano come il più caro amico e tutti ti stimano come il lustro e la gloria della loro terra[...]”.

E l'amarezza raggiunge livelli ancora più alti quando dopo aver rinunciato per vari motivi ad acquistare la casa natale, così scriveva al Tosi nel 1901 da Messina:
“[...] Basta: abbiamo messo il cuore in pace; ma io specialmente mi sono proposto di non tornare più da codeste parti dove per un amico che sei tu ho tanti nemici o poco amici e dove non ho che rimembranze di dolori vecchi e nuovi.”.

E le lamentazioni del poeta non riguardano solo il presunto disinteresse dei sammauresi o il mancato acquisto della casa, su cui probabilmente non era affatto determinato a concludere, emergono pure i contrasti col fratello Giuseppe che andava spargendo calunnie sui fratelli e sui genitori defunti per estorcergli soldi ed anche in questa circostanza Tosi si sentiva in dovere di tranquillizzare l'amico: “[...] Seppi dal Sign. Guidi e dal Gori le tristi contingenze in cui ti trovi per causa di tuo fratello che invano ho sempre tentato di risollevare a quella morale idealità a cui tu e tutti i buoni aspirano. Ma fu sempre opera vana: giacché la sua natura è inclinata così irremissibilmente al male abbandonalo al suo destino, né ti curar più di lui. Il tuo nome non può rimaner imbrattato dal fango che egli tenta di gettarti addosso, e nel quale pur troppo egli finirà di perire[...]”.

Ad accrescere le angosce del poeta ci si mette poi anche Gabriele D'Annunzio che con una sferzante lettera genera una rottura nei rapporti fra i due. “È noto”, scrive D'Annunzio, “che tra i letterati d'Italia, io ho il gusto di cavalcare a caccia e di arrischiare il mio buon cranio contro le dure staccionate della Campagna Romana; come è noto che tu hai il gusto – egualmente rispettabile – di rimanere su la ciambella, di centellinare il fiasco e di curare la stitichezza del tuo cagnolino.”.

Il contraccolpo sul Pascoli fu pesante e gli ingenerò uno stato di depressione anche perché il D'Annunzio in quei mesi seguiva la compagnia teatrale Duse-Zacconi in tournee a rappresentare un testo di sua produzione e ovunque mieteva successi entusiastici soprattutto tra i giovani.

Tosi cercò di alleviare le angosce dell'amico con una lettera datata 12/5/1901: “[...] non credo non sia per vincere il buonsenso e la giustizia anche in questi tempi di superfetazioni e di superuomini. È una cosa che fa pietà, che muove a sdegno: la dignità umana si avvilisce a tal punto che quasi par di sognare. Una schiera di giovani baldanzosi, la speranza della patria, i fari dell'avvenire che si abbassano a far da ciuchi per trainare...un isterico, un superuomo, che batte la gran cassa. Pazienza fosse una bella attrice! Ma credi, caro mio, che siamo in basso assai![...]”. E l'anno successivo pur dichiarando la sua scarsa dimestichezza con gli studi letterari, così gli scriveva: “[...]Ho letto la lasciva Francesca (si intende la tragedia dannunziana Francesca da Rimini), non sono competente a giudicare, ma penso che sia un monumento con materiali facilmente e sollecitamente disgregabili e che in breve tempo andrà in ruina[...]”.

E per accrescere la consolazione inviava pure bottiglie di buon vino di sua produzione e fotografie degli animali e dei paesaggi intorno alla Torre espressamente richiesti dal poeta che aveva in mente un poema georgico sui Bovi della Torre o i Bovi di Romagna o anche i Bovi di San Mauro, ma che poi alla fine si concluderà con un nulla di fatto.

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