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Inizia un nuovo racconto di Piero Maroni sulle tradizioni e la cultura lungo l’Uso e dintorni. Partiamo con una introduzione che inquadra il contesto.

di Piero Maroni

ScannedImageIl tempo cronologico a cui si riferiscono le considerazioni che si vanno ad enunciare, è un tempo non troppo lontano come numero di anni, ma già relegato in una dimensione che tende ad oltrepassare la sfera del ricordo.

L’ultimo conflitto mondiale ha avuto come immediata conseguenza lo scardinamento dell’economia imperniata sulla produzione agricola per imporre nuovi modelli economici e, di riflesso, nuovi stili di vita che sono andati ancor più rafforzandosi man mano che si accrescevano le possibilità finanziarie degli individui. E, come sempre accade, quando il “nuovo” è più allettante del “vecchio”, si è teso a rimuovere il passato per tuffarsi nel presente col rischio di perdere definitivamente la propria storia e le proprie radici. Fortunatamente c’è chi s’è fatto carico di studiare le modalità di vita del tempo trascorso per consentirci di comprendere il presente e quanto si svolge attorno a noi. Anche la nostra ricerca si prefigge di contribuire a chiarire l’origine di alcune manifestazioni ancora esistenti nel nostro ambiente di vita, che traggono origine in epoche lontane e che hanno trovato terreno fertile per svilupparsi in quella antica economia che aveva la sua massima conferma nel mondo della campagna ed in particolare nell’ambito della casa rurale o casa contadina.

 

La casa rurale, come sostiene Eraldo Baldini, l'antropologo ravennate i cui scritti sono una fonte preziosa di informazioni sulle abitudini della Romagna antica, tendeva ad essere funzionale al lavoro, alla produzione, alla conservazione dei prodotti e ricovero di animali e attrezzi. 

Era un microcosmo in cui si trascorreva gran parte del tempo, ci si stava per tutta la vita e rifletteva non solo gli aspetti economici, produttivi e organizzativi assegnando precisi ruoli gerarchici, ma anche tutti gli altri aspetti culturali in senso lato. Era quindi la dimora dei riti, delle tradizioni, dei costumi, della socialità ed anche della religiosità.

Una religiosità che traeva origine da un mondo lontanissimo e che aveva radici addirittura nel mondo pagano ben prima dell’avvento di Cristo. Tutto dunque si svolgeva dentro e fuori la casa, il dentro rappresentava il mondo conosciuto, il fuori era l’ignoto, il luogo “altro” dal quale arrivavano messaggi da decifrare per organizzare le difese: ad esempio il volo di un calabrone, il canto di una civetta su un davanzale, un cavallo fermo vicino alla casa intento a grattare il terreno con uno zoccolo, il lugubre uggiolio di un cane nei pressi dell’abitazione, la gallina che cantava da gallo, ecc., erano tutti presagi di sciagure e di morte. Per questo sulla porta venivano collocati talismani: mazzi di spighe legate con fettucce rosse, ferri da cavallo, la scopa messa di traverso, fiori di cardo selvatico con tanti semi piumati perché le streghe prima di entrare dovevano contarli tutti ed era cosa praticamente impossibile.

Per quanto si facesse per tenere lontano le presenze sgradite, era quasi impossibile impedire a qualche folletto di entrare in casa e complicare la vita, in particolare alle ragazze. Il più noto in Romagna era e’ mazapegul.

Era questi un folletto che rappresentava la sensualità e la passione erotica e si faceva sentire attraverso un senso di soffocamento e di paralisi che opprimeva di notte le giovani donne dormienti. Se veniva trattato bene le aiutava nei lavori di casa sennò erano dispetti a non finire. Due i modi per liberarsene: o mangiare e spidocchiarsi, pratica che la sua sensibilità non ammetteva, o mangiare pane e formaggio e contemporaneamente fare i propri bisogni, al ché lui schifato se ne andava dicendo: “Brota troja e brota vaca, t magn, t pess e t fe la caca! (Brutta troia e brutta vacca, mangi, pisci e fai la cacca!)

In verità nel nostro territorio questo mito è quasi del tutto inesistente, vi era però diffusa una terminologia per definire il senso di affanno che si poteva accusare di notte dopo qualche libagione eccessiva: e’ mazapòis, ma non è certo, né probabile che si trattasse dello stesso intendimento e se pure le assonanze sono molto pertinenti, non s'è rinvenuto da alcuna parte, una parentela o analogia col mazapegul, che è invece assai popolare nel cesenate, forlivese e ravennate. Le nostre tradizioni e cultura attengono maggiormente all'area riminese, basti citare come esempio lo spessore della piadina, sottile nel riminese, grossa nel cesenate e oltre, ebbene nelle nostre campagne, quando “fare la piadina” era l'obbligo serale delle azdòure, questa era del tutto simile alla riminese, sottile.
(1 - Continua)

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