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di Piero Maroni

“Così più non verrò per la calura
tra que’ tuoi polverosi biancospini,
ch’io non ritrovi nella mia verzura
del cuculo ozioso i piccolini...” (ROMAGNA – G. Pascoli)

cuculo2Anche per il nostro poeta, dunque, il cuculo è il  simbolo della pigrizia, un vagabondo che neanche si dà la pena di costruirsi un nido dove deporre le proprie uova e far crescere i propri piccoli.

E un fondo di verità è innegabile, però al tempo della calura, cui si riferisce il poeta, “i piccolini” son diventati adulti tant'è che nei mesi caldi dell'estate, già iniziano il volo di migrazione verso l'Africa.

Ritorneranno nelle nostre contrade tra marzo ed aprile, più o meno come le rondini, ma se un tempo erano frequenti e anche numerose le loro presenze, oggi l'intensificazione dell'agricoltura ha eliminato buona parte delle siepi, dei boschi e delle brughiere che fornivano ai cuculi i terreni di caccia preferiti; il massiccio uso di pesticidi poi, colpisce i cuculi sia direttamente che attraverso gli insetti di cui si nutrono per cui si sono assai ridotti come quantità, forse se ne può ancora rinvenire qualcuno lungo l'Uso o il Rio Salto per dire delle aree verdi a noi più vicine.

L’arrivo del cuculo dalla migrazione invernale era una data importante, sulla quale, nelle campagne, ci si basava per programmare molte operazioni agricole, solitamente era previsto per i primi giorni d’aprile e quando tardava ci si preoccupava: “ A i deu o a i troi d'avroil e' coch l'à da vnoi; se e' coch un ven tra i set e j òt, o ch'l'è mort o ch'l'è còt.” (Al due o al tre di aprile il cuculo deve venire; se il cuculo non viene tra il sette e l'otto o è morto o è cotto.).

Il cuculo non fa il nido, non ne ha bisogno, dato che approfitta di quello degli altri. 

La femmina dopo aver scelto un nido in cui è presente una covata, getta fuori un uovo e vi depone il suo e, istintivamente, anche il cuculo appena nato, ancora nudo e cieco, per non avere concorrenti, butta fuori dal nido le uova o i fratellastri, cioè i figli della madre adottiva che lo ha inconsapevolmente ospitato.  Con il suo piccolo corpo, ma grande rispetto alle uova vicine, fa perno su di esse e uno alla volta le fa cadere dal nido, identica cosa fa se vi sono uccellini già nati.

Alla fine il piccolo cuculo è l’unico ospite del nido. In breve tempo il pulcino cresce, grazie al cibo assicurato dai genitori adottivi che lo alimentano con ogni tipo di insetto. Così in una dozzina di giorni le sue dimensioni sono tali da impedirgli di stare nel nido e, per continuare ad essere alimentato, si aggrappa ai suoi bordi. Nonostante i genitori siano esageramene più piccoli del loro unico figlio, continuano ad alimentarlo per 2-3 settimane ancora.

Capita spesso, mentre si parla di persone anziane o di cose vecchie, sentir dire: "Vecchio come il cuculo o come il cucco", le cose però non stanno così, cucco e pure bacucco, sono termini usati in riferimento al biblico profeta minore Abacucco; e questa espressione pare derivi proprio da Abacucco, in quanto rappresentato come un vecchio.

Questo modo proverbiale era probabilmente legato alla convinzione errata, ma molto diffusa nelle campagne, che il cuculo vivesse un numero incalcolabile di anni per cui questa vecchiaia era anche all'origine delle presunte capacità divinatorie dell'uccello che lo si riteneva una sorte di veggente, capace di predire il futuro.

Il suo canto era ritenuto profetico, in grado d'indicare la buona e la cattiva sorte. Dal numero dei suoi gorgheggi, le fanciulle facevano auspici su quanti anni mancavano al matrimonio: “Coch da la bèla vòusa, tra quant an ch'am farò spòusa?”. (Cuculo dalla bella voce, tra quanti anni mi farò sposa?), dopo di ché si contavano i versi in risposta, un anno per ogni cu-cù eseguiti senza interruzione, il tipico canto del maschio.

Più o meno facevano la stessa cosa gli anziani, ma con tutt'altra modalità: Coch, cuchin da e' bèl cantaè, quant an a j ò da campaè? (Cuculo, cuculino dal bel cantare, quanti anni ho da campare? ).

C'era anche chi interrogava il cuculo per quanti anni avrebbe dovuto passare in purgatorio per redimere i propri peccati prima di poter andare in paradiso.

Un'altra tradizione collegata al suo incessante canto, voleva che nel preciso momento nel quale lo si sentiva per la prima volta, all'inizio della stagione, si dovevano avere degli spiccioli in tasca, non averne avuti, infatti, era segno di miseria in arrivo.

Int e' mòis che e' caènta e' coch la sòira l'è bagné, la matòina l'è sot.
Nel mese che canta il cuculo la sera è bagnato, la mattina è asciutto

Avroil u n'à trenta, e se e' piuves par tranteun, un fareb maèl ma niseun.
Aprile ne ha trenta (di giorni), e se piovesse per trentuno, non farebbe male a nessuno.

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