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di Piero Maroni

AraturaNon trascorreva troppo tempo dopo la trebbiatura, che si dava inizio all'aratura, nei campi dove erano rimaste solo le stoppie secche del grano, si andava con il biroccio (e' bròz) trainato da due buoi, colmo del letame che si era venuto a maturare nel corso delle stagioni nella buca dietro casa (la beusa de' stabi) in cui si raccoglievano un po' tutti i rifiuti vegetali, ma soprattutto lo sterco degli animali, bovini in particolare, ed anche le deiezioni degli umani, in quando la latrina, corpo staccato dall'abitazione, sorgeva proprio a ridosso della buca.

Risuonava allora nell'aria l'antico grido d'incitamento: “Dai Rò... dai Bì...!”. era il bue pezzato di colore rossiccio di antica origine barbarica (Celti? Longobardi? Goti?), che stava a destra e (o anche detto Bunì), il paziente robustissimo italico posizionato a sinistra; erano i due buoi che anticamente venivano usati per tutti i lavori relativi ai campi ed anche se in tempi più recenti in queste nostre campagne si usavano solo buoi di razza bianca discendenti dal famoso toro Ceccone, grande riproduttore della tenuta Torre, il grido di sprone era rimasto lo stesso.

Il contadino in piedi sul carico di letame, lo spandeva col badile in lungo e in largo per tutto il campo in cui si sarebbe eseguito l'aratura ed in questo modo veniva contemporaneamente concimato con composti naturali.

Pochi giorni dopo arrivava il trattore, prenotato per tempo, solitamente condotto da due trattoristi che si alternavano perché spesso accadeva che si arasse di giorno e di notte con brevi interruzioni e questo sistema è andato in uso dagli cinquanta in poi, prima erano sempre i buoi a tirare l'aratro (e' pargaè).

La terra rivoltata era per noi bambini di tanti anni fa, una inesauribile miniera d'oro.

Queste contrade che durante la guerra avevano sopportato pesanti e massicci bombardamenti aerei e navali e che erano state teatro di battaglie feroci in cui non si risparmiavano bombe e proiettili, ora traboccavano di quei rimasugli che il passaggio del fronte aveva lasciato come  una testimonianza del disastro provocato, le schegge (al schègi).

Tra le zolle della terra rivoltata dall'aratro, emergevano frammenti di bombe deflagrate e non solo, a volte si rivelavano granate inesplose, bombe a mano simili al frutto dell'anans e proiettili di mitragliatrici ancora intatti. Erano trascorsi dieci-quindici anni dalla fine del conflitto, ma le insidie non erano ancora cessate, in tutte le pareti delle aule delle scuole, vi erano appesi cartelloni con l'immagine di ciò che di pericoloso si poteva trovare nei campi, con l'avvertimento di non toccare nulla e di segnalarne la presenza  ai carabinieri del luogo.

Lo sapevamo tutti, ma non accadeva mai, anzi quando si rinveniva qualche proiettile integro era un piacere grande e uno spasso assicurato, a colpi di pietra si faceva saltare la punta d'acciaio per recuperare ciò che era contenuto nel bossolo, a volte polvere da sparo altre degli zolfanelli sottilissimi che chiamavamo “i spaghet” (gli spaghetti), e, sia in un caso che nell'altro, ci si divertiva a dar loro fuoco per osservare la loro vivida e spettacolare fiammata anche se durava un battito di ciglia.

Delle bombe solitamente se ne occupavano i trattoristi, ma ci fu un brutto giorno che nel podere della famiglia Zammarchi (Murèt), due fratellini, maschio e femmina, e un cuginetto rinvennero, nel campo da poco arato, un grosso proiettile.

Il maschietto, il più grande dei tre, prese un martello nel tentativo, forse, di smontarlo come si faceva solitamente, ma un colpo inferto probabilmente nella capsula, lo fece esplodere. Lui cessò di vivere subito dopo per le gravi ferite riportate, la sorellina, gravemente lesionata, vivrà per una settimana ancora prima di raggiungere il fratellino, l'unico a scamparla fu il cuginetto con qualche lieve ferita. Furono, quelli, giorni di grande partecipazione e di grande commozione  per la comunità sammaurese.

Il luttuoso evento però non ci impedì di andare per i campi arati in cerca di schegge, con lo scorrere degli anni diminuivano i pericoli, ma anche la raccolta era sempre più scarsa, ci voleva quasi un intero assolato pomeriggio di luglio o d'agosto  per rimediare pochi chili di ferro arrugginito. Solitamente si faceva ritorno prima delle 17, di seguito si andava nella via del mulino (via Cavour), perché c'erano i fratelli “Ciavaza” (Arfilli), che lo pesavano e lo compravano, il prezzo variava dalle sei alle otto lire al chilo, si guadagnavano giusto i soldi per comprarsi un gelatino piuttosto acquoso nell'osteria di “Nino 'dl'Ada”, così da potersi sedere davanti al televisore, alle 17,30 iniziava “la Tivù dei Ragazzi” e c'era da vedere il telefilm delle “Avventure di Rin tin tin”, il pastore tedesco che nella guerra contro i pellerossa e i cattivi di turno combinava eroici sfracelli seguiti da esplosioni di giubilo dei presenti.

Il '68 era ancora lontano da venire e prima di allora gli indiani d'America erano i cattivi per antonomasia e le giacche blu dell'esercito rappresentavano sempre i buoni e i giusti, solo più avanti nel tempo la storia verrà rivoltata ed emergerà una scomoda verità, i bianchi erano gli invasori e i pellerossa le vittime predestinate.  

In quei tempi, però ci esaltavamo quando il piccolo caporale Rusty, che aveva una decina d'anni o poco più, lanciava il grido d'incitamento al fido cane di risolvere le questioni più complicate, così che era divenuto un modo di dire di uso popolare e se si voleva spronare qualcuno a fare qualcosa di insolito, gli si gridava: “Juuuuuu... Rintiii...!!!”, allo stesso modo che il nostro caporale lanciava il suo amico cane.

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