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di Piero Maroni

CapponiPer i giovani galletti della casa contadina s'era fatto il tempo del cambiamento, nel giro di pochi minuti la loro esistenza avrebbe subito un traumatico mutamento, il 16 agosto, giorno del calendario dedicato a san Rocco, era il tempo giusto per trasformarli in carne da brodo: i capponi, la cui vita normalmente non andava più in là delle feste natalizie in quanto maturi per finire nella pentola ad ingrassare e insaporire il brodo in cui venivano poi cotti i cappelletti di carne o di magro.

 

  Ignari del loro destino, il giorno fatale  si aggiravano stretti nella stia dove l'azdòura li aveva rinchiusi in attesa dell'evento che di lì a poco si sarebbe compiuto.

   Nel pieno del pomeriggio giungeva presso la casa contadina una donna esperta del lavoro da compiere, si sedeva su una sedia impagliata all'ombra del portico, ne afferrava uno alla volta per il collo e a testa in giù, premuto contro il grembiule, lo stringeva tra le sue ginocchia con le zampe in alto.

  Poi con veloci movimenti delle dita gli strappava alcune piume poco sotto l'apertura dell'ano e dopo essersi pulita le mani alla buona, con un paio di forbici affilate praticava un profondo taglio nella carne del galletto, vi infilava due dita e, dopo aver brevemente frugato, con l'aiuto delle unghie ne staccava di netto i testicoli (i fasul) e li riponeva in un piatto. A questo punto non restava che ricucire la ferita con ago e filo e come sutura una piuma intinta nell'olio d'oliva e una strofinata con la cenere.

  Compiuta la prima parte dell'intervento si rovesciava il galletto, stavolta a fare una brutta fine era la sua bella crestina e i bargigli, che recisi di netto, il tutto finiva nel piatto in compagnia dei testicoli. 

  Per la medicazione e saturazione del poco sangue che colava dalla ferita un'altra piuma sempre unta d'olio e cenere e, a questo punto, l'animale era pronto per essere rilasciato. Il poverino che per tutta l'operazione aveva solo emesso qualche singhiozzo animalesco appena avvertito dai presenti, una volta libero prendeva una corsa all'impazzata verso l'aia con uno sgangherato grido di dolore, strisciando nel contempo il posteriore ferito sulla terra secca.

  Una decina di metri più in là tutto sembrava risolto, l'ex galletto ricominciava a razzolare tra l'erba e la polvere come se nulla fosse avvenuto, ovviamente ignorando d'essere stato castrato e divenuto un cappone, un maschio cioè senza gli attributi maschili tanto che per sublimare la perdita dell'istinto sessuale mangiava e mangiava sì da giungere verso natale ad essere un animale dalla carne tenera e saporita di 3-4 chili di peso che dava un buon sapore al brodo in cucina e un buon guadagno al contadino che lo metteva sul mercato.

  I testicoli e le crestine venivano cotti  insieme in un tegamino con un po' di conserva di pomodoro e dati in pasto ai bimbi maschi della casa nella convinzione che sarebbero così cresciuti forti e virili, e, dato che la donna che provvedeva alla castrazione era la mia nonna materna, al termine dell'operazione chi faceva merenda con quei gustosi bocconcini era proprio il sottoscritto.

 Poteva, a volte, accadere un leggero infortunio che ingenerava nell'animale una curiosa situazione di confusione sessuale. Succedeva quando nell'arpionare i testicoli del galletto, una maldestra manovra li frantumasse, sì che una parte rimaneva intatta nel corpo del galletto, il quale cresceva con l'istinto del maschio copulatore ma di fatto impotente a compiere l'atto. Si poteva così scorgere talvolta un cappone aggirarsi tra le galline ma senza mai poter in alcun modo osare altro e per questo veniva denominato e' galaròun (termine intraducibile in italiano, si può definire: gallo impotente).

Appellativo che conteneva una malcelata ironia e di lì, riversarla su quei maschi umani che si davano un gran daffare a conquistare femmine senza mai giungere a concretizzare un rapporto fisico, divenne praticamente  un fatto automatico, tanto che di questi si usava dire: “Ui zeia datònda ma la femna, mo un cumbòina moiga gnent, quèl l'è un galaròun!” (Le gira attorno alla femmina, ma non combina mica niente, quello è un gallo impotente).

 E non era ancora finita la storia del cappone, perché quando il pennuto era bell'e lessato, il padrone di casa si impossessava del filo a suo tempo impiegato per la cucitura, in quanto vi era la convinzione che tenendolo in tasca portava fortuna al gioco delle carte e se capitava che qualcuno avesse una fortuna sfacciata, era facile che si sentisse chiedere: “Sa et int la bazcòza e' foil de' capòun?” (Cos'hai in tasca il filo del cappone?).

 

E’  GALARÒUN

La baresta che tot i dè la steva ‘d dlà de’ bancòun
a faè di café e daè da bòi sgònd agl’j urdinaziòun,
la j avòiva un didrì e un davaènti sa d’ j argumoint   
che j oman is farmaèva un bèl po’ a lè a sbavaè dri mi su muvimoint.
Cio int che bar  tot i dè u j era la  foila longa ‘d mas-cet,
un pu’ is feva avaènti e un pu’ is cuntantaèva ‘d guardaè da zet.
Un umarein ch’u s’ cardòiva ‘d ès un gran sburòun
un dè u s’avsinet me’ bancòun e, sla scheusa de’ grapin, e raviet a tacaè butòun.
U la ciapet un po’ a la laèrga , mo quant e vdet che a lè datònda un gn’era niseun,
l’andet  dret a l’atach sa di gran sfrumbleun.
“Mè”, ui giòiva “s’a t ciap tra leun e scheur
  at dagh una fata licheda ch’a t togh vi tot i bruseur,
  am faza dal doidi di pì e a vagh sò pien, pien
  ch’an las gnenca un artai ‘d pèla senza lichel ben, ben!”.
“Isoraaa…”, us santet una vòusa vnoi da e’ gabinèt,
“sèl che vo da tè ste galèt?”.
“Mo gnent Marì,  um sa che sia un galaròun ènca ste taèl,
  ou, mu mè um tòca tota zenta ch’i drova  snò la lengua e mai l’usèl!”.

IL  GALLO  IMPOTENTE
La barista che tutti i giorni stava di là del bancone \ a fare dei caffè e  a dare da bere a seconda dell’ordinazione, \ aveva una davanti e un didietro con degli argomenti \ che gli uomini si fermavano un bel po’ lì a sbavare dietro ai suoi movimenti. \ Ohi, in quel bar tutti i giorni c’era la fila lunga di maschietti, \ alcuni si facevano avanti, altri si accontentavano di guardare e zitti. \ Un ometto che si credeva d’essere un furbo marpione \ un giorno si avvicinò al banco e, con la scusa del grappino, cominciò ad attaccare bottone. \ La prese un po’ alla larga, ma quanto s’avvide che attorno non c’erano altri pretendenti, \ andò all’attacco con curiosi ragionamenti \ “ Io”, le diceva, “se ti prendo tra luce e scuro \ ti do una leccata che ti porto via ogni bruciore, \ mi faccio dalle dita dei piedi e vado su lentamente \ che non lascio neanche un ritaglio di pelle senza averlo leccato completamente.”. \ “Isoraaa”, si sentì una voce provenire dal gabinetto, \ “cosa vuole da te questo galletto?”. \ “Ma niente Maria, mi sa che sia un gallo impotente anche sto birbantello, \ ohi, a me capita tutta gente che adopera solo la lingua e mai l’uccello!”.

 

PROVERBI DEL MESE D'AGOSTO

La pròima aqua d'agòst la rinfrèsca e' bosch.
La prima acqua d'agosto rinfresca il bosco.

D'agòst fa che e' graèn e sipa a pòst.
In agosto fa sì che il grano sia riposto.

Agòst e' fa e' mòst.
Agosto fa il mosto.

 La burasca dla Madòna la porta vì l'instaèda.
La burrasca della Madonna porta via l'estate.

Par la Madòna d'agòst e' rinfrèsca e' bosch.
Per la Madonna d'agosto rinfresca il bosco.

Par San Gustòin prepaèrti che e' fred l'è avsòin.
Per Sant'Agostino (28 agosto) preparati che il freddo è vicino.

A zapaè la vegna d'agòst, u s'impines la cantòina 'd mòst.
Chi zappa la vigna d'agosto, la cantina empie di mosto.

Par san Lurenz l'ova la s' tenz.
Per san Lorenzo l'uva si colora.

Quant ch'e piov d'agòst e piov oli, mel e mòst.
Quando piove d’Agosto piove olio, miele e mosto.

Par san Ròc la rundinèla la fa fagòt.
Per san Rocco (16 Agosto) la rondine fa fagotto.

Par san Ròc la castagna la s'arcnòs dalongh un toir 'd s-ciòp.
A San Rocco la castagna si riconosce lontano un tiro di schioppo.

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