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di Piero Maroni

SpannocchiareNel passato remoto della storia italiana, ci sono stati tempi in cui le possibilità di alimentarsi in modo sufficiente erano un problema spesso irrisolvibile e la denutrizione era spesso causa di prematuri decessi, in modo particolare, ovviamente, tra le classi sociali più povere.

 Con la scoperta dell'America nel 1493 furono introdotti in Europa due vegetali che contribuirono in modo decisivo a risolvere il problema dell'alimentazione, la patata a metà del 1500 circa, grazie allo spagnolo Pizzarro, e il mais (e' furmantòun), chiamato anche granoturco (il termine deriva da grano turco, cioè “esotico, coloniale”), granone, formentone e altro ancora, introdotto da Cristoforo Colombo. C'è però chi ritiene che sia invece entrato in Europa dalla Spagna al tempo della dominazione araba e di qui il nome di “granoturco”.

 

Comunque sia chiamato e quale ne sia la provenienza, questa pianta si adattò molto bene alle condizioni climatiche europee e dilagò, come coltivazione, anche nelle campagne italiane soprattutto nella pianura padana, così da divenire la base dell’alimentazione delle aree contadine e fondamentale per le popolazioni più povere, creando però problemi non da poco per l’eccessivo ed unico consumo, così che la carenza di specifiche vitamine, produsse in larga misura una malattia denominata pellagra, caratterizzata da disturbi a carico dell’apparato digerente, da disturbi nervosi e psichici e, soprattutto, da lesioni cutanee.

E' stata lo sfacelo delle campagne della Pianura Padana. I malati di pellagra si riconoscevano per le famigerate «3 D»: dermatite, non di rado era scambiata per lebbra, diarrea e demenza. Se non curata, portava alla morte e per decenni i manicomi del nord si riempirono di «matti» con i sintomi neurologici della malattia. 

Sin dalla seconda metà del 1.700 si era notato che la diffusione della malattia andava a braccetto con i consumi di polenta, in Italia divenne un problema molto esteso nelle regioni venete, dove i contadini consumavano anche due o tre chili di polenta al giorno, e solo quella. Secondo un'indagine sanitaria dell’Italia unita, nel 1878, 100mila persone in Italia ne erano affette, erano quasi tutti contadini e 9 su 10 vivevano fra Veneto, Emilia e Lombardia.

La pellagra (“pelle agra”, il termine adottato in tutto il mondo fu preso dal dialetto lombardo) diminuì con il diffondersi di una dieta più varia, ma in Italia continuò a fare vittime fino al secondo dopoguerra, specialmente in Veneto, fino a che non migliorarono le condizioni di vita degli agricoltori e la loro alimentazione. 

  Nel passato, alla maturazione, si raccoglievano manualmente le pannocchie (al panòci) che venivano sfogliate e lasciate a seccare sull’aia o appese su graticci. Le foglie esterne e i filamenti servivano da lettiera agli animali, mentre le foglie interne più soffici venivano utilizzate per l’imbottitura dei pagliericci (materassi) per i letti della famiglia contadina. Con i chicchi del mais, fatti macinare al mulino, si otteneva la farina gialla, con la quale si faceva la polenta.

Del mais non si buttava via niente, i torsoli (i panòcc) venivano usati per fare tappi per fiaschi, nei campi rimanevano i grossi gambi (i gambareun), che venivano scalzati con la zappa, lasciati seccare e raccolti in fascine. Tritati servivano come foraggio di emergenza per gli animali, oppure, più solitamente, si mettevano sotto la legna, insieme ai panocc, per accendere il fuoco e alimentare la fiamma, fondamentale per la buona cottura della piadina.

 Una delle occasioni più coinvolgenti della nostra campagna romagnola era quella della spannocchiatura (la spanuceda) che avveniva dopo la raccolta del granoturco nell'aia della casa contadina in una sera di settembre. Era un evento cui partecipavano tutti i membri della comunità e assumeva perciò un carattere festoso, soprattutto se c'erano ragazze da marito che attiravano i giovanotti del luogo.

  La spannocchiatura cominciava verso sera al lume della luna piena (l'undleuna) tutti attorno al mucchio delle pannocchie  ammucchiate al centro dell'aia.

 I bambini e i ragazzini avevano il compito di preparare “i galletti” (i galet) operazione che consisteva nel prendere una pannocchia e allargarle il più possibile le foglie esterne più dure aiutandosi con un punteruolo di legno (e' sfrocc), ma senza toglierle del tutto, così che l'adulto più velocemente riusciva a sfogliarla, il nomignolo era tale perché la pannocchia così conciata dava l'idea di un pollo con le ali arruffate.

 Le foglie interne, bianche e tenere, venivano in un primo tempo ammassate in una grande cesta quindi distribuite a coloro che le usavano per riempire i materassi che per la natura del materiale erano anche detti pagliericci (e' pajaz o e' pajòun) sostituendo quelle dell'anno precedente che col tempo si erano frantumate, abbassate ed indurite.

  A tale proposito val la pena ricordare che quando uno moriva si era soliti bruciare il pagliericcio poco distante da casa sua, ma bisognava farlo finché il morto era sopra terra (sòura tèra).

  La serata della spannocchiatura assumeva spesso un tono allegro e festoso e poteva anche capitare che si concludesse con canti e balli al suono di una fisarmonica.

 

         A  SPANUCÉ                               A SFOGLIARE IL GRANOTURCO

T'al nòti ad setembar                             Nelle notti di settembre            

andimi a spanucé tl'èra ad Bajòca.      andavamo a sfogliare il granoturco nell'aia dei Baiocchi.

La stèla la tireva e su bruzin                 La stella(polare) tirava il suo biroccino

t'e vléut de zil.                                        nel velluto nero del cielo.

Us santoiva cantè al ranòci e i grell     Si sentivano cantare le rane e i grilli

a là, t'i cantir dla Tòra.                         là, nei campi della Torre.

Disdòj m'a tèra,                                     Seduti per terra,

quand ca sfuimi cal bèl panòci d'or,      quando sfogliavamo quelle belle pannocchie d'oro,

da la stala                                              dalla stalla

al munghèni s'la bòca pina ad fen         le mucche con la bocca piena di fieno

als vultèva                                              si voltavano

e as deva dagli ucedi longhi longhi...    e ci davano delle occhiate lunghe, lunghe...

Arturnimi a nòta èlta,                             Ritornavamo a notte alta,

mè, la mi mà e la Nazarena,                   io, la mia mamma e la Nazzarena,

s'i sach pin ad scartozz chi sunèva,        coi sacchi pieni di cartocci che suonavano

par fè i pajezz di lett,                              per fare i sacconi dei letti,

e santoi te còjum dl'inveran                   e sentire nel colmo dell'inverno

al cantèdi dl'instèda                               le canzonette dell'estate

s'l zrisi fati, i pasarott, al spoighi          con le ciliegie mature, i passerotti, le spighe

de grèn e i gambareun de furmantòun   di grano e i gamberoni di granoturco

drett, cmè di burdell in purcisiòun         dritti, come i bambini in processione

s'i su britin tla tèsta.                               coi loro berrettini in testa.

 

(MINO  GIOVAGNOLI – Dialetto  sammaurese)

             Spanucè                                                                 Sgranatura

 

Sòta e sòl che scòta ancòura,                                         Sotto il sole che scotta ancora

a gli è prounti sòura l'èra                                                   sono pronte distese sull'aia

al panoci inscartuzèdi:                                                        le pannocchie accartocciate:

a gli tènti!... piò d'un mièra!                                               Sono tante!...più di mille!

Quand e sòl l'è za calè                                                        Quando il sole volge al tramonto

i cranzéipa a spanucè.                                                        si comincia a scartocciare.

Al ragazi frèschi e bèli                                                       Le ragazze fresche e belle

scartuzènd, a l' fa... i galét,                                                preparano... i galletti,

e cun mòssi birichèini                                                        e con moine invitanti

a l' li passa mi burdlét,                                                       li porgono ai giovanotti,

ch'i sgarnèla, e intènt i adòcia                                         che li sgranano, e intanto adocchiano

cal bèl fioli rubicòndi                                                        quelle belle figliole rubiconde

par l'èss sèmpra prount, a strenz                                      per essere sempre pronti, a stringere

una mèn... cun la panòcia.                                                la mano... con la pannocchia.

I bastérd i s' courga i znocc                                              I bambini si scorticano le ginocchia

fasènd selt e caparioli                                                       facendo salti e capriole

sòura al foi, tra i panoc.                                                   sopra le foglie, tra i tutoli.

E la mama? T'un cantòun                                                 E la mamma? In un angolo

la amocia i gambaroun                                                     ammucchia i gambi secchi

s'e' pansir che t'l'invarnèda,                                             pensando che durante l'inverno,

par tègia o pr' e' parul,                                                     per la teglia o per il paiuolo,

i farà una sfiambèda.                                                        faranno una fiammata.

(ODA BORGHESI BERSANI – Dialetto longianese)

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