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di Piero Maroni

Le zucche di HalloweenNel folklore di tutte le regioni d’Italia, nei giorni che vanno dalla vigilia di Ognissanti (31 ottobre) a San Martino (11 novembre) sono da sempre presenti, o almeno lo erano fino a pochi decenni fa, tutti gli elementi costitutivi della festa improntata sulla celebrazione di un “ritorno dei morti”.

Dalle Alpi alla Sicilia si trovano (o si trovavano) in abbondanza, in quelle date, riti di accoglienza per i defunti, dolci tradizionali dal nome macabro come ad esempio “ossa di morto”, questue di bambini nelle case, zucche intagliate, feste con cene e libagioni, racconti terrificanti. 

Tra l’ultimo di ottobre e il 1° novembre cadeva, infatti, il capodanno celtico e, malgrado la chiesa ci abbia provato nel 6-700 d. C. a sovrapporre, ancora una volta, una festa cristiana ad una pagana, non è riuscita del tutto a cancellare le celebrazioni per i defunti e per gli antenati legate alla tradizione pagana.

 

 Al tempo del capodanno dei Celti, il 31 ottobre, si credeva cadesse la barriera con l’aldilà e col mondo dei morti in quanto si era convinti che alla vigilia di ogni nuovo anno gli spiriti dei morti potessero unirsi al mondo dei viventi così da poter vagare indisturbati sulla Terra.  

  Pur se sicuramente se ne ignorava la matrice, nella tradizione popolare romagnola la casa in quel giorno doveva essere predisposta per accogliere il ritorno degli antenati.

  La sera della vigilia la famiglia si riuniva attorno alla tavola per la recita del rosario, quella sera non si sparecchiava ma si lasciava tutto pulito e ordinato, si lasciava acceso il camino, le sedie allineate vicino al fuoco, sulla tavola non doveva mancare il pane e i letti lasciati liberi con lenzuola fresche di bucato per consentire ai morti di riposarsi dalla stanchezza accumulata nel lungo viaggio dall’eternità. Una candela illuminava la cucina e quella sera si mangiavano fave, il cibo dei defunti per eccellenza che già i romani consideravano un tramite col mondo dei morti.

  Vi era allora radicata nella tradizione romagnola anche la “piada dei morti” (pida di murt) anche detta da altri “la spianata dei morti” (la spianaèda di murt). In realtà questo dolce non ha nulla a che vedere con la piadina o con la tipica spianata, poiché assomiglia più ad una focaccia dolce abbastanza grossa a base di farina, lievito, zucchero, uova, uvetta e frutta secca.

  Le origini di questa focaccia sono da cercare nelle antiche usanze celtiche dell’antica Romagna, che nel giorno di Ognissanti festeggiava il proprio capodanno e contemporaneamente era il giorno che segnava la fine dell'estate e l'inizio della stagione fredda per cui si festeggiava  la fine dei raccolti e si ringraziava la terra per gli ultimi frutti.

  In casa mia, quando ancora non erano installati i termosifoni e il calore lo dava la stufa a legna, era consuetudine montare i tubi di scarico indiscutibilmente solo il giorno di Ognissanti.

  La Romagna è stata fortemente condizionata da quelle tribù celtiche che erano scese a conquistare gran parte dell’Italia, c’erano i Senoni comandati da Brenno e i Boi, e una volta installati in questi territori portarono con sé usi e costumi che si sono poi amalgamati con le popolazioni esistenti e alcune modalità sono giunte fino a nostri giorni. C'è anche chi attribuisce a Giulio Cesare la diffusione di tradizioni celtiche in Romagna quando, di ritorno dalla Gallia, premiò i suoi legionari, nella fattispecie di origine Gallica, con l'elargizione di appezzamenti di terra da coltivare e questi portarono con loro quelle tradizioni celtiche ancora oggi riscontrabili in alcune sfumature dei nostri usi e costumi di un tempo oramai perduto e di cui è rimasta solo qualche pallida traccia. 

  Come sopra accennato, quella particolare notte era considerata una sorta di “porta aperta” tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Per questo motivo venivano preparati, in omaggio agli spiriti, alcuni cibi particolari. Uno di questi era appunto questa piada o spianata, giunta fino ai giorni nostri.

  All’alba del giorno della festa ci si alzava e si andava in chiesa a pregare per i defunti e si faceva un’offerta al parroco con l’intenzione di ingraziarsi i morti nel momento in cui esaurita la stagione dei raccolti, si stava affidando alla terra (il regno dei morti) i nuovi semi per i futuri raccolti. I morti restavano ospiti per tutto il giorno per cui in casa nessun dissapore o dissidio tra i vivi doveva venire a turbare la quiete perché bisognava dare l’impressione che nella famiglia regnasse la pace e la concordia.

  In Romagna era pure assai diffusa nel giorno del 2 novembre l’usanza da parte dei mendicanti di andare a questuare nelle case dei villaggi e delle campagne nel nome dei defunti, ricevendone in carità fave e ceci bolliti, fin dall’antichità considerato il cibo dei  morti e oggi sostituiti dalle fave dolci.

  Si rifà ancora al capodanno celtico la preparazione delle “fave dei morti”, dolcetti rotondi variamente colorati, confezionati con i semi di anice esclusivamente tra la fine d’ottobre e l’inizio di novembre. Sono dolci che si rifanno all’antica usanza di mangiare fave in onore dei morti che tornavano sulla terra proprio dal primo all’11 novembre per “rinnovare il tempo”, cioè chiudere una stagione agricola e propiziarne un’altra. In questo senso le fave rappresentavano l’inizio della vita e quindi di una nuova stagione essendo un seme e ricordando nella forma un testicolo. Da secoli   le fave, per via delle loro lunghe radici che affondano nel terreno, erano ritenute un tramite tra la Terra e il mondo sotterraneo. Considerato un alimento sacro ai defunti, in passato si credeva che nei loro baccelli giacessero le anime dei morti.  (Continua)

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