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di Piero Maroni

Piada dei mortiPer limitarci alla Romagna: qui, nel “giorno dei morti”, venivano messe in pratica diverse usanze tese all’accoglimento dei trapassati, che in quel modo tornavano tra i vivi, nelle loro case. Per prima cosa, nella mattina della loro “festa”, ai morti venivano riservati i letti: tutti si alzavano di buon’ora, e i giacigli erano lasciati al riposo degli antenati; la massaia, testimonia il folklorista forlivese De Nardis, per l’occasione “cambia le lenzuola e le sceglie candide di bucato e odorose di spigo: appronta i letti per i morti della casa, che vi tornano a riposare stanchi del viaggio percorso dall’eternità.”.

  E nella loro ex dimora, i defunti devono trovare anche cibo e ristoro: “la sera della vigilia dei morti la mensa non si sparecchia. Tutto vi si lascia pulito e ordinato. Il pane lievitato in casa vi viene posato spartito”, ancora De Nardis. La casa, in quella notte, rimane illuminata da una candela accesa, così come le candele e i lumini ardono sulle tombe. 

 

  Un aspetto interessante è quello relativo alle offerte che venivano fatte ai defunti (lasciandole a volte sulle tombe) o a chi li impersonava recandosi nelle case per una questua rituale. Scrive nel 1818 il forlivese Michele Placucci: “Sono poi li contadini zelanti dei loro morti nel suffragarli: diffatti nell’anniversario dei morti tutti mangiano le fave e ne dispensano a’ poveri, onde abbiano memoria di pregare per i defunti. Di più, nell’anniversario de’ morti ogni capo di famiglia porta in un panno bianco una una certa quantità di grano alla Chiesa Parrocchiale; lo distende sull’avello dei propri morti, collocandovi una candela accesa.”. 

  Sette anni prima, Basilio Amati di Mercato Saraceno, nella sua relazione per l’inchiesta napoleonica sugli usi e costumi aveva annotato che il 2 novembre veniva postauna bigoncia dietro la porta della Chiesa dove i possidenti secondo le proprie forze a profitto del Parroco una piccola misura di grano depongono.”.

  De Nardis poi testimonia: “I poveri poverelli vanno a questuar limosine nel nome dei morti. La carità suffraga i morti nei loro tormenti. A nessuno si nega la carità dei morti. Si vuole che i morti stessi, in abito di mendichi, siano pellegrini alle porte… Si mangia al desco la fava secca lessata, condita di cotiche e di rosmarino. Anco la fava si distribuisce in carità: come si poneva sui davanzali in ciottole ricolme, per gli ignoti transitanti.”.  

  Oltre che sui davanzali delle case, le offerte di cibo per i defunti circolanti in quella notte potevano essere poste anche nelle strade, come informa Paolo Toschi nel 1925: “…una volta usava mettere agli angoli delle strade, per devozione e carità, bigonci o altri recipienti pieni di ceci e lupini lessi.”.

  Un’altra testimonianza  riguarda la valle del Rubicone: sin verso il 1930, il 2 novembre, il parroco di Roncofreddo soleva distribuire ad ogni parrocchiano, ricco o povero che fosse, la somma di 5 centesimi. A San Paolo il vicario distribuiva un grosso pezzo di pane a chiunque si fosse presentato alla porta della canonica. A Settecrociari, nei dintorni di Cesena, i possidenti cuocevano grandi quantità di fave e ne davano ai fanciulli che ne facevano richiesta. A Longiano il prete distribuiva ai poveri un pane di polenta detto: “meca”.

  Nella valle del Savio, a quanto testimonia Vittorio Tonelli confermando lo scritto di Basilio Amati,nell’ottavario dei morti, dal 2 al 9 novembre, i contadini presenziavano alla messa mattutina prima di andare nel campo a seminare, portando giornalmente al prete, come offerta del grano, che calavano in appositi mastelli all’ingresso della chiesa.”.

  Anche Umberto Foschi, noto studioso delle tradizioni romagnole, menziona la “questua dei morti”: “… dei ragazzi mascherati andavano di casa in casa; così come si faceva un tempo, anche presso noi, quando i poveri passavano nelle varie case a chiedere la “carità dei morti”, fatta per lo più, di fave e ceci bolliti.”.

Per chiudere, un accenno ad Halloween, una festa che si è introdotta di prepotenza nelle nostre moderne abitudini ma che trae spunto, come abbiamo visto, in pratiche antichissime. La sua origine è irlandese e la morte era il tema principale della festa, in sintonia con ciò che stava avvenendo in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, mentre in realtà si rinnova sottoterra, dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i morti, da qui è comprensibile l’accostamento al culto dei defunti. L'antica cronaca narra che nella notte che precedeva la giornata di Ognissanti si onorassero i morti, si accendessero falò, i bimbi facessero scherzi e i più poveri bussassero di casa in casa per chiedere pane e dolci in cambio di preghiere dedicate alle anime del purgatorio.  

  Verso la metà del 1800, l’Irlanda fu investita da una terribile carestia e per sfuggire alla fame, molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentar fortuna negli Stati Uniti mantenendo vive le tradizioni ed i costumi della loro patria e tra di essi il 31 Ottobre, quando appunto si celebrava Halloween. Ben presto, questa usanza si diffuse in tutto il popolo americano, diventando quasi una festa nazionale e assumendo la zucca come simbolo dell'evento.

  In Italia era già da molto tempo che questa cucurbitacea veniva svuotata, intagliata, illuminata dall’interno e usata simbolicamente e ritualmente, soprattutto nelle ricorrenze dei primi di novembre, niente di nuovo dunque, poi grazie ai moderni mezzi di comunicazione la moda statunitense si è estesa in tutto il mondo finendo però per perdere ogni riferimento alla tradizione per assomigliare ad una carnevalata esclusivamente finalizzata al divertimento dei bambini e di adulti un po'... rincoglioniti.

La tovaglia di Giovanni Pascoli
Le dicevano: - Bambina! 
che tu non lasci mai stesa, 
dalla sera alla mattina, 
ma porta dove l'hai presa, 
la tovaglia bianca, appena 
ch'è terminata la cena! 
Bada, che vengono i morti! 
i tristi, i pallidi morti! 
Entrano, ansimano muti. 
Ognuno è tanto mai stanco! 
E si fermano sedutila notte 
intorno a quel bianco. 
Stanno lì sino al domani, 
col capo tra le due mani, 
senza che nulla si senta, 
sotto la lampada spenta  
E` già grande la bambina: 
la casa regge, e lavora: 
fa il bucato e la cucina, 
fa tutto al modo d'allora. 
Pensa a tutto, ma non pensa 
a sparecchiare la mensa. 
Lascia che vengano i morti, 
i buoni, i poveri morti. 
Oh! la notte nera nera, 
di vento, d'acqua, di neve, 
lascia ch'entrino da sera, 
col loro anelito lieve; 
che alla mensa torno torno 
riposino fino a giorno, 
cercando fatti lontani 
col capo tra le due mani. 
Dalla sera alla mattina,
cercando cose lontane,
stanno fissi, a fronte china,
su qualche bricia di pane,
e volendo ricordare,
bevono lagrime amare.
Oh! non ricordano i morti,
i cari, i cari suoi morti!

Se par nuvembar ta n'é araè, par  tot l’an t’avré da tribulaè.
Se per novembre non hai arato, per tutto l’anno dovrai tribolare.

Se e’ dè di Sent e’ sòul ui stà, un bon inveran e va.
Se il giorno dei Santi il sole ci sta, un buon inverno va.

Par tot i Sent fura la caparèla e i guent.
Per tutti i Santi fuori il mantello e i guanti.

Se e’ dè di Sent e’ sòul ui sta, un bon inveran l’andrà; se invici e piuvrà, un inveran catoiv e va.
Se il giorno dei santi il sole ci sta, un buon inverno andrà; se invece pioverà, un inverno cattivo andrà.

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