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di Piero Maroni

I BecchiSan Martino portava e porta ancora  l'appellativo di “san Martòin di Bech” (san Martino dei becchi, inteso come cornuti). Tutto ciò ha un’origine antichissima e assai curiosa. Quella di san Martino era la notte di chiusura del periodo dell’antico calendario celtico. In questa notte in Romagna anticamente i mariti traditi, cioè i “becchi” o “cornuti”, venivano chiamati fuori dalle loro case a gran voce da turbe di ragazzi al suono di corni e di strumenti a percussione perché, secondo l’immaginazione popolare, si credeva che essi dovessero andare alla “fiera” in un luogo di raduno notturno dal quale, per tornare alle proprie abitazioni, correvano nella notte braccati e cacciati impigliandosi dappertutto con le “corna”. Il notturno viaggio e ritrovo dei “cornuti” avveniva, secondo la credenza, “in spirito” mentre il loro corpo restava a casa addormentato. Ancora oggi la fiera di san Martino a Santarcangelo è detta la “fira di bech”.

 

  Anche fino ai primi anni dopo l’ultimo conflitto mondiale, per scherzo, “la notte dei becchi”, alcuni gruppi di amici si radunavano silenziosamente nel giardino di qualche loro compare per esplodere improvvisamente con suoni e fracasso al grido di “ fura i bech”. La maggior parte dei presi di mira stava allo scherzo e senza offesa offriva da bere agli amici.  

   Anche questa consuetudine trova origine nella cultura celtica, dove l’adulterio era considerato un peccato grave, un male nefasto, non solo perché poteva creare tensioni nella comunità, che invece doveva avere la propria forza nella coesione, ma anche perché, in un ambito religioso in cui si pensava che i morti tornassero a rinascere nei propri discendenti, una nascita “irregolare”, frutto di una relazione adulterina, avrebbe negato agli antenati del marito tradito tale possibilità, offerta così, invece, agli antenati del seduttore.

   Venivano allora colpiti non tanto le mogli infedeli, quanto i mariti “cornuti”, perché i riti di cui si sta parlando erano nati in un ambito sociale e soprattutto culturale che, discriminava l’elemento femminile, basti pensare al fatto che il nascituro era praticamente considerato appartenente solo alla dinastia paterna e nello stesso tempo sottolineava i doveri di virilità e di controllo da parte dell’elemento maschile della coppia. Ma non solo: motivazione ancora più importante, è che la pubblica riprovazione dei “becchi” avveniva nel momento di un capodanno agrario, quando si erano effettuate o si stavano effettuando le semine e si pregava per il loro buon esito e per quello altrettanto importante delle nascite nelle stalle; nel momento, dunque, di una celebrazione di fertilità e fecondità.

  Orbene, ad incarnare simbolicamente una negazione della fecondità stessa, nel caso di tradimento coniugale, non erano le adultere, che si trovavano a poter concepire e partorire comunque, quanto i loro mariti, il cui seme rischiava di essere disperso, infruttuoso, a vantaggio del seme altrui. In un contesto mitico, religioso e rituale quale quello a cui si fa riferimento, il marito tradito veniva dunque ad impersonare una negatività che andava assolutamente combattuta, tanto da trasformare i “cornuti” in capri espiatori e a loro veniva inflitta la punizione del dileggio come sopra raccontato.

Par san Martòin tot i bech i cor bnòin.
Per sa Martino tutti i becchi corrono benino.

Par san Martòin i manda vi i cuntadòin.
Per san Martino mandano via il contadino.

L’instaèda ad san Martòin la deura trì dè e un pzulòin.
L’estate di san Martino dura tre giorni e un pezzettino.

Par san Martòin us spòusa la fiola de’ cuntadòin.
Per san Martino si sposa la figlia del contadino.

Da san Martòin e’ graèn e va e’ mulòin.
Da san Martino il grano va al mulino.

Coi ch’vo faè un bon vòin che zapa e che pòuda par san Martòin.
Chi vuole fare un buon vino che zappi e che poti per san Martino.

A san Martòin us lasa l’aqua e us bòi e’ vòin.
A san Martino si lascia l’acqua e si beve il vino.

Par san Martòin ògni mòst l’è vòin.
Per san Martino ogni mosto è vino.

Par san Martòin e chesca la foja e us spela e’ vòin.
Per san Martino cade la foglia e si spilla il vino.

Par san Martòin erva la bòta e sint e’ vòin.
Per san Martino apri la botte e assaggia il vino.

Par san Martòin u s’imbariega grend e znòin.
Per san Martino si ubriacano grandi e piccini.

Per San Martòin volta e zira, tot i bech i va a la fira.
Per san Martino volta e gira, tutti i becchi vanno alla fiera.
                                         

 San Martino di Giosuè Carducci

     La nebbia agl’irti colli
     piovigginando sale,
     e sotto il maestrale
     urla e biancheggia il mar;

   

     ma per le vie del borgo
     dal ribollir de’ tini
     va l’aspro odor de i vini
     l’anime a rallegrar.

   

     Gira su’ ceppi accesi
     lo spiedo scoppiettando:
     sta il cacciator fischiando
     sull’uscio a rimirar

    

     tra le rossastre nubi
     stormi d’uccelli neri,
     com’esuli pensieri,
     nel vespero migrar.

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