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di Piero Maroni

natale a TorinoMolto sentita nella cultura popolare era anche la Vigilia, che aveva  i suoi riti ben consolidati e alla quale una volta si giungeva attraverso i quaranta giorni dell'Avvento che erano una vera e propria “quaresima d'autunno”, culminante nel solenne digiuno della vigilia. La vigilia di Natale, per la religione cattolica, è uno dei momenti più sacri dell’anno e il divieto di mangiare carne non è altro che un richiamo a consumare cibo austero, in segno di rispetto e di devozione. Un tempo consumare carne la Vigilia equivaleva ad un vero sacrilegio che nessuno, nemmeno gli atei più incalliti, si sognavano di commettere, d'altra parte la carne un tempo, rappresentava l’unico cibo di lusso, consumato saltuariamente, in occasione delle feste.  Se non si digiunava, per scelta o per necessità, si mangiava di magro, per il pranzo minestra fatta in casa e cotta in brodo di ceci e aglio a spicchi interi, per cena pesce, solitamente cefali e baccalà arrostiti sulla brace. In molte case però la vigilia si doveva realmente digiunare poiché: "Coi ch’un digieuna la vzoilia ad Nadaèl, corp me’ lop e amna me’ caèn” (Chi non digiuna la vigilia di Natale, corpo al lupo, anima al cane).

 

  La sera della Vigilia di Natale, il capofamiglia, aiutato da qualcuno della casa, collocava il ceppo sugli alari posti di fianco all’arola, lo spruzzava con l’acqua santa, recitava un “Pater” e vi appiccava il fuoco. 

 Si aspettava poi la messa giocando a carte perché “portava bene” e mangiando caldarroste cotte nella padella coi buchi sulla fiamma del camino, i semi di zucca (agl’j amni) e ceci  ( e' zis) abbrustoliti sulla teglia (la bustargheda o bustrigheda) oppure i lupini salati (i luvòin), presso alcuni leggermente bagnati nel vino. Di tanto in tanto l'azdòur frugava coi ferri nella brace facendo spruzzare le faville da cui si traevano vari auspici.

All'avvicinarsi della mezzanotte le persone molto anziane e i bambini piccoli andavano a letto; il resto della famiglia con qualsiasi tempo, si muoveva alla volta della chiesa per assistere alla messa, mentre la porta di casa veniva lasciata socchiusa, pronta per dare eventuale ospitalità alla Sacra Famiglia se si fosse trovata a passare da quelle parti.   Inoltre quella sera davanti al focolare, prima di coricarsi, si ponevano tre sedie addobbate con scialli o coperte, un catino d’acqua calda veniva sistemato su un'altra sedia sempre davanti al camino e sulla spalliera si ponevano candidi asciugamani nella convinzione che la Sacra Famiglia se fosse transitata da quelle parti, la Madonna avrebbe lavato e asciugato il bambinello. Poi sulla tavola in un piatto si lasciava qualcosa da mangiare, pane o ciambella, sempre  per ristorare la Sacra Famiglia che, in quella notte santa, si credeva avrebbe compiuto un viaggio lungo e faticoso.

 Molto importante era porre attenzione al vento che soffiava dopo la messa di mezzanotte, perché  avrebbe dominato per tutto l’anno. Se soffiava il libeccio, avrebbe significato una annata segnata da carestia, mortalità e terremoti.  Un Natale senza luna portava moria grande per le pecore. Se poi veniva di martedì, mercoledì, venerdì o domenica, meglio fare scorta di vivande perché l'annata a venire si annunciava magra; ma se veniva di giovedì era segno di futuri buoni raccolti. Se la notte era serena, l'auspicio era di un buon raccolto di grano.

 Religiosità e superstizione, dunque, un misto di paganesimo e di cristianesimo che non si è mai disgiunto, nei secoli, ma che, tuttora, resiste a fatica per l'imperversare di un nuovo paganesimo su cui, al momento, è meglio sorvolare.

 

IL GIORNO DELLA FESTA

   E arriva il giorno fatidico, “Coi ch’u n’arnova la camoisa e’ dè ‘d Nadaèl, e mor int un fòs cmè un animaèl” (Chi non rinnova la camicia il giorno di Natale, muore in un fosso come un animale). Ecco perché, se non la camicia, per quel giorno si deve rinnovare un qualsiasi indumento, dalle scarpe alla cravatta. Molti contadini, proprio quel giorno piantavano l’aglio, altri invece trattavano da “signori” soprattutto i buoi e gli asini ricordandosi del presepio ideato da san Francesco d’Assisi nel 1223 a Greccio.

   Tutti, ricchi e poveri, quel giorno “pranzavano da re”, in qualsiasi parte della Romagna si mangiavano i cappelletti in brodo di cappone e manzo, cotechino con purè di patate o lenticchie, il dolce era la ciambella poi col tempo sostituita dalla crema gialla e successivamente dalla zuppa inglese, per finire un grappolo d’uva bianca che significava “soldi contati”. Il tutto annaffiato da Sangiovese della casa, vino ovviamente di propria produzione o comprato dal contadino conosciuto.

  I bambini recitavano il sermone prima del pranzo,“San Jusèf, e’ viciarèl, porta e’ fugh sòta e’ mantèl par scaldaè Gesò bèl…” ( San Giuseppe, il vecchierello, porta il fuoco sotto il mantello per riscaldare Gesù bello…) oppure Ninanana, e’ babein, biench e ròs e rizulein; la tu mama int la capana la ti fa la ninanana…” (Ninnananna, il bambino, bianco e rosso e ricciolino; la tua mamma nella capanna ti fa la ninnananna…), così come a scuola scrivevano la letterina augurale corretta dall'insegnante piena di buoni intenti e promesse impossibili da mantenere da mettere sotto il piatto del babbo, in cambio ricevevano premi, regali o qualche spicciolo.

  Dopo mangiato il capofamiglia contadino recitava, a monito del tempo avvenire: “Par Nadaèl, un terz l’è bbeu e un mèz magné” (Per Natale, un terzo di vino è bevuto e mangiato la metà del grano) perché per arrivare ai nuovi raccolti, il tempo era assai lungo e quindi c’era un chiaro messaggio: bisognava risparmiare.

 Il pane, per quei giorni, era buono, bianco, profumato e abbondante perché  se mancava a Natale voleva dire che mancava tutto l’anno. E quando era tempo di andare a dormire, con la pancia almeno per quel giorno piena, nei letti riscaldati dal prete e dalla suora, si ricordava così l’arrivo di Gesù ai bambini:

Scolta, scolta, Rosafior            Ascolta, ascolta, Rosafiore,
l’è nassù nostar Signòr,        
  è nato il nostro Signore,
l’è nassù in Betlem
                  è nato a Betlemme
sin fra un bò e un asinèl       
  fra un bue e un asinello
senza fassa, né fraiòl              
senza fasce, né mantello
da fascè Gesù d’amor.          
  per fasciare Gesù d'amore.
(Ninna nanna faentina)

Questo che segue è invece un modo di far festa il giorno di Natale ai tempi nostri: 

E’  mi  Nadaèl  
Mo la madòna quant ch’avem magné,
par tot che dè a n’avem fat che biasé,
e’ bèl l’è che niseun l’avòiva faèna, i giòiva,
parchè
j era tot pin ‘d bacalà da la sòira pròima.
E invici magna j antipast, magna i caplet, magna l’alès, magna l’aròst,
sint e’ panetòun, sint e’ tiròun, bòi quèst e ènca quèl che pu t ci pòst,
insòma, a sem sté trè òuri disdòi ma la taèvla sa parint e amoigh
e quant ch’as sem tirat sò avimi dal paènzi cmè di butroigh.
Guasi ‘d rozal, cmè d’
j imbroisal 't e’ pantaèn,
da la scarana a sem rivat a stuglaès s’un divaèn
  “ Mè stasòira an magn!” E giòiva eun
  “ Nu me doi valà, um ven sò di fat sideun!”.
E acsè, s’la scheusa che par digeroi ui vlòiva un biciaròin,
d’ògna taènt as fimi un grapin cumpagné da un ciculatòin.

Un po’ dòp, invurnoi cmè dal topi, tèsta in zampanèla e un gran panzòun,
a surnicimi senza vargògna davaènti ma la televisiòun.
E 't un sbres u s’è fat darnov òura ‘d scaldaè la gardèla se’ camòin.
  “Tot cla caèrna? Mo s’avoiv mazaè e’ bagòin?”
J era tot pin da vuntaè ch’e paròiva ch’i n’un vles,
mo quant ch’a si sem mes drì, as saresmi magné ènca che por crucifes.
Pu darnov se’ divaèn e, jost acsè par zughé al caèrti e staè svegg,
as sem mes a runghé amni e bagegg.
Am sò ‘ndaè lèt s’un mazapòis e un fat stungaz,
che ò sié par tot la nòta e e’ dè dòp a s’era un straz.

 

Il  mio  Natale

Accidenti quanto ne abbiamo ingoiato del mangiare, \ per tutta la giornata non abbiamo fatto altro che masticare, \ il bello è che nessuno aveva fame, dicevano ripetutamente, \ perché erano tutti pieni di baccalà dalla sera precedente. \ E invece mangia gli antipasti, mangia i cappelletti, mangia l’arrosto, \ assaggia il panettone, assaggia il torrone, bevi questo e poi anche quello che dopo sei a posto, \ insomma per tre ore siamo stati seduti a tavola con parenti e amici \ e quando ci siamo tirati su avevamo dei pancioni mitici. \ Quasi strisciando come i lombrichi nel pantano, dalla sedia siamo arrivati a sdraiarci sul divano. \ “Io stasera non mangio!”. Diceva uno. \ “Non me lo dire valà, mi vengono su dei gorgoglioni, stasera digiuno!”. \ E così con la scusa che per digerire ci voleva un bicchierino, \ ogni tanto ci facevamo un grappino accompagnato da un cioccolatino. \ Un po’ dopo, intontiti come talpe, testa in confusione e un gran pancione, \ russavamo senza vergogna davanti alla televisione. \ E in un attimo s’è fatta ora di scaldare la graticola sull’arola del camino. \ “Tutta quella carne? Ma avete ucciso il suino?”. \ Erano tutti pieni da tracimare che sembrava che nessuno ne mangiasse, \ ma quando ci siamo messi a tavola, ci saremmo mangiati anche quel povero crocifisso. \ Poi ancora sul divano e, giusto per stare svegli e a carte giocare, \ sementine e arachidi ci siamo messi a piluccare. \ Sono andato a letto con una tale acidità e uno stomacaccio, \ che ho gironzolato per tutta la notte tanto che il giorno dopo ero uno straccio. 

Se Nadaèl la dmenga e ven, l’an l’è sgrazié ben, se ad mert l’avnirà, fortunaè l’an e sarà.
Se Natale viene di domenica, l’anno sarà disgraziato, se verrà di martedì sarà fortunato. 

Ad arnuvaè quaicosa la nòta ‘d Nadaèl us sparagna un maèl.
A rinnovare qualcosa la notte di Natale si evita un male. 

Fena Nadaèl e’ fred un fa maèl, da Nadaèl in là e’ fred u s n’in va.
Fino a Natale il freddo non fa male, da Natale in là il freddo se ne va. 

Coi che par Nadaèl u n’à mazè e’ porch, par tot l’an l’avaènza se’ meus stort.
Chi per Natale non ha ammazzato il porco, per tutto l’anno rimane a muso storto. 

Se Nadaèl frèd e sarà, la Pasqua la t’arscaldarà.
Se Natale freddo sarà, la Pasqua ti riscalderà. 

Bon e’ Nadaèl, catoiva la Pasqua.
Buono il Natale, cattiva la Pasqua. 

Nadaèl si tu e Pasqua sa chi t’vu.
Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi.

(Continua)

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