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di Piero Maroni

NataleEra la Vigilia di Natale dell'anno 1958, spirava da sud-ovest un caldo vento di garbino che faceva pensare più alla primavera che all'inverno che quell'anno sembrava non volesse arrivare, solo nonno Fanòin ci ammoniva a non pensare di risparmiare la legna: “Valà che e' garbòin un s'l'ingòula e' maèr, trì dè e pu e ven sò parché e frèd dl'inveran un s'e magna i pasarot!”. (Valà che il garbino non se lo ingoia il mare, tre giorni e poi viene su perché il freddo dell'inverno non se lo mangiano i passerotti).

  Nell'appartamento di via Roma, dove allora vi abitavo con la famiglia, quello era un giorno particolare come, del resto, sempre lo erano state in passato le vigilie natalizie.

 

  L'evento che occupava la gran parte del pomeriggio era la preparazione dei cappelletti, la minestra del pranzo del giorno di Natale, un momento che coinvolgeva tutti i componenti della famiglia e che riusciva a creare attimi di piacevole intimità e diffondere un clima di felice condivisione, si era tutti attorno al tagliere, nessuno voleva mancare al rito, perché poi per rivivere la stessa atmosfera, bisognava attendere a lungo, il Natale prossimo.

  In casa nostra i cappelletti erano un mito, almeno nel giorno della festa ci sentivamo dei signori, quasi una trasgressione all'abitudinario e povero piatto di pasta e fagioli di quando la vita era grama e si era, allora, portati a credere che nelle case dei benestanti, i cappelletti fossero un piatto di ordinaria quotidianità, l'emblema della ricchezza.

Ora che mio babbo lavorava in comune la condizione finanziaria era un po' migliorata, ma erano cresciute anche le esigenze e col suo stipendio non si andava quasi mai al di là del 20 del mese e bisognava invece giungere al 27 per ritirare il prossimo, allora diventava determinante il contributo di mia mamma che si rompeva le braccia a tirare lo spago per cucire i mocassini dal mattino presto fino a tarda sera o anche a notte fonda. 

Eravamo dunque più o meno tutti intenti a dare il nostro contributo per la buona riuscita del prodotto, mia mamma stendeva la sfoglia gialla, con la rotella incrociava le linee e ne ricava dei quadretti quasi perfetti; mio babbo vi adagiava l'impasto di formaggi vari e carne al profumo di noce moscata e gocce di limone; io e mio nonno, quasi in una gara di velocità e perfezione,  li chiudevamo dando loro la forma classica del cappellino, quando risuonò nella cucina lo squillo del campanello della porta d'ingresso.

Corsi immediatamente a vedere e mi trovai di fronte un signore con una tuta blu da meccanico che mi chiedeva se era in casa mio babbo.

Lo chiamai e me ne tornai alla tavola per il lavoro. Un quarto d'ora dopo mio babbo fece ritorno, aveva in mano una busta bianca, disse che era un pensiero della ditta che aveva rifornito di ghiaia il cantiere di lavoro per la sistemazione delle strade del comune, per ringraziarlo della collaborazione nell'esecuzione del lavoro. Lui era il cantoniere, dirigeva un gruppo di una decina di operai selezionati tra i più disgraziati e poveri del paese e verificava il quantitativo di ghiaia che i camion della ditta vincitrice dell'appalto, scaricavano lungo le dissestate strade bianche.

L'aprì con mani tremanti e ne estrasse trentamila lire, più della metà del suo stipendio mensile che ammontava a quarantottomila.

Era enorme la meraviglia, un regalo per noi inimmaginabile e inatteso, con questi soldi sì che faremo un bel natale, ci possiamo permettere anche qualcosa in più, credo fosse il pensiero di ciascuno. Si sparse nella cucina un certa euforia, ci sentivamo improvvisamente ricchi, non avevamo però ancora terminato di confezionare i cappelletti, che mio babbo, come se stesse parlando tra sé e sé, lanciò nell'aria una domanda: “Perché?”.

  La sera della vigilia mentre a tavola si consumava come da tradizione una cena di magro col baccalà arrosto e i cefali grigliati, notavo mio babbo senza sorriso, masticava a lungo pensieroso e distante, gli chiese mia mamma: “Stai male?”.

“No, è che non riesco a capire perché mi hanno dato questi soldi!”.

“Ma te l'hanno pur detto, è perché con te hanno lavorato bene!”.

“Cosa vuol dire che hanno lavorato bene? Che mi abbiano fregato sulla quantità della ghiaia portata?”.

“Ma cosa vai a pensare, ti hanno voluto fare un regalo come a volte si fa!”.

“Uhmmm... la questione non mi è chiara, non vorrei che...!”.

“Oh basta, pensa a mangiare che sennò si raffredda tutto!”.

La serata trascorse così, senza più ritornare sulla questione, ma lui quasi non aprì bocca, sempre più assorto nei suoi pensieri.

 Al mattino era ancora più cupo, alle domande rispondeva con dei monosillabi: sì...no...e poc'altro, io, per quel poco che allora conoscevo mio padre, avevo intuito qual era l'oggetto dei suoi tormenti, ma nel mio egoismo di adolescente non riuscivo a pensare che potesse sul serio angosciarsi per quei soldi, anzi, eravamo stati fortunati. Non era questo il suo parere, sicuramente trascorse uno dei Natali più tristi della sua vita, e il giorno seguente, festività di Santo Stefano, addirittura non lo si sentì proferir parola, solo lunghi sospiri, era questo il suo modo abituale di vivere i momenti di angoscia.

 Ed al ritorno al lavoro dopo i due giorni festivi, quella mattina si levò presto, senza far colazione e senza dir niente a nessuno, saltò sulla bicicletta e si allontanò velocemente. Quando a mezzogiorno tornò per il pranzo, aveva un'espressione distesa e serena.

“Passata la crisi?”, chiese mia mamma.

“Ah sì, stamattina, mi sono recato negli uffici della ditta, al primo impiegato che ho incontrato ho dato indietro la busta con i soldi, che li ridasse al direttore che io non dovevo avere niente!”.

Seguì un lungo silenzio in cui stavolta era ciascuno di noi a chiedersi e chiedergli: “Perchè?”. Replicò immediatamente con voce decisa: “Non voglio soldi che non mi spettano, nessuno deve poter credere che mi si possa comprare, che figura ci farei se gli operai e la gente lo venissero a sapere? Chi si fiderebbe più di me? Io non voglio più di quello che mi spetta!”.

Fui allora preso da una sorda rabbia verso mio padre, non riuscivo a farmene una ragione di questa rinuncia, con le difficoltà che c'erano a far quadrare i conti, rifiutava quei soldi? Non era normale! In quel momento maturai un sordo rancore nei suoi confronti che sconfinava nella disistima, lo ritenevo quantomeno un povero stolto.

Mi ci vollero anni a metabolizzare quel comportamento e quella scelta, solo molto tempo dopo, quasi alla soglia della maturità, ne compresi pienamente il valore ed il significato: l'onestà ha un costo e, nella sua modestia, mio babbo era stato un eroe. Il mio eroe!

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