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di Piero Maroni

 

PasquaroliSempre nella notte tra il 5 e il 6 gennaio c'era l'usanza dei Pasqualotti (i pasquarul)  che muniti di strumenti musicali, andavano nelle campagne di casa in casa a cantar strofette beneauguranti e ricevendo  in cambio generi alimentari coi quali far festa.

  È bene ricordare che i morti, in questo periodo di passaggio, come in tutti i momenti di rivolgimento calendariale, penetravano nel mondo dei vivi per aiutare con la loro presenza il rinnovamento della natura, così come i semi sepolti nella terra  che fecondavano preparando la primavera.  Anche i Pasqualotti rappresentavano i defunti che tornavano per augurare buone cose e per non farli arrabbiare bisognava dare loro qualche alimento in cambio.

 

   Il canto di questua è detto Pasquella (la pasquèla) e affonda le radici nei riti arcaici dell'ospitalità, in un tempo dove la vita era regolata dagli dei. E così la divinità o l'antenato defunto poteva celarsi sotto le spoglie di un questuante e per questo l'ospitalità del forestiero diventava sacra. Sgnur padrun arvì la porta che qua fora u j è la morta!”. (Signor padrone aprite la porta che qui fuori c'è la morte!), era la richiesta di ospitalità dei pasquaroli.

  Nella tradizione locale, il canto viene eseguito il giorno e la notte di vigilia dell'Epifania (5 gennaio) e si conclude con una festa.

  La Pasquella in Romagna è attestata per la prima volta su documenti scritti nell'inchiesta sulle costumanze popolari nel Regno Italico del 1811, ed ha avuto nel territorio compreso fra Cervia, Cesena, Rimini, una delle zone di maggior diffusione.           

  Nel corso degli ultimi anni, dopo un generale declino seguito agli anni '50, si è assistito a numerose riprese spontanee del rito da parte delle nuove generazioni ma con modalità che ben poco hanno a che fare con la tradizione.

  Con l’Epifania, dunque, si chiudeva il ciclo magico delle 12 notti, periodo necessario per riunire il calendario lunare (basato sui cicli della luna) con quello solare com’era in uso presso le tribù celtiche. In questo tempo senza tempo, in questo tempo di passaggio dal vecchio al nuovo, dalla morte alla vita, il canto della Pasquella festeggiava il tempo nuovo, la prima Pasqua dell’anno, intesa appunto come “passaggio”.

La Pasquèla la ven una volta a l’an: padròun ‘d caèsa buté zò un salam e sa n’avoi e’ salam, des de’ parsot, e sa n’avoi e’ curtèl, desal tot.
La Pasquella viene una volta all’anno: padrone di casa buttate giù un salame e se non avete il salame, dateci del prosciutto, e se non avete il coltello, datecelo tutto.

La Pasquèta la met al fèsti int la casèta.
La Pasquetta mette le feste nella cassetta.

Par la Pasquèla un pas ‘d vidèla, par sant’Antoni un’òura bona, da sant’Antoni in là tot i quaieun i s’in fa.
Per la Pasquella un passo di vitella, per sant’Antonio un’ora buona, da sant’Antonio in là tutti gli sciocchi se ne accorgono.

La Pasquèta la vo una galinèta, s’t’an gne la dé la s’la to!
La Pasquetta vuole una gallinella, se non gliela dai se la prende (cioè muore)!

La Pifanì tot al fèsti la porta vì, la li met int una casa, la li mòla sno par Pasqua. La na mòla qualcadona: san Jusèf e la Madona.
L’Epifania tutte le feste porta via, le mette in una cassa, le libera solo per Pasqua. Ne libera qualcuna: san Giuseppe (18 marzo) e la Madonna (25 marzo).

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