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Conversione di san Paolo  Ricorre il 25 di gennaio il ricordo della conversione di San Paolo, un episodio della storia della religione cattolica tanto famoso da essere divenuto proverbiale. Anche ai giorni nostri è rimasta infatti in uso l’espressione “folgorato sulla via di Damasco”.

  Si chiamava Saulo ed era uno dei più agguerriti avversari della religione cristiana appena sorta. Egli perseguitava i seguaci di Cristo in modo assiduo ed il viaggio che aveva intrapreso per Damasco aveva appunto lo scopo di smascherare e imprigionare gli adepti della nuova fede.

  Proprio mentre si stava recando in questa città fu avvolto da una luce ed udì una voce che gli disse “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti!”.

  La voce era quella di Gesù che si domandava il perché di tanto accanimento. Saulo si accasciò a terra quando si rialzò ed aprì gli occhi si rese conto di essere diventato cieco. La voce gli aveva anche intimato di proseguire verso la città. Così Saulo fece: si recò a Damasco dove rimase per tre giorni. Allora il Signore andò in sogno ad Anania, un cristiano che viveva in città, e gli disse di andare da Saulo e di guarirlo dalla sua cecità.

  Anania conoscendo l’ostilità di quell’uomo per i cristiani chiese a Gesù perché avrebbe dovuto salvarlo ed egli gli rispose “Va, perché io ho scelto quest’uomo. Egli sarà utile per farmi conoscere agli stranieri, ai re e ai figli di Israele. Io stesso gli mostrerò quanto dovrà soffrire per me!”.

  Anania così obbedì al suo Dio e si recò da Saulo, impose le mani sui suoi occhi ed egli recuperò la vista, riprese le forze e fu battezzato alla religione di Gesù con il nome di Paolo e da allora si diede incessantemente a diffondere il cristianesimo.

 Nel 66 fu per questa sua attività arrestato e condotto a Roma, dove il tribunale romano lo condannò a morte perché cristiano; fu decapitato un 29 giugno di un anno imprecisato, forse il 67, essendo cittadino romano gli fu risparmiata la crocifissione; la sentenza ebbe luogo in una località detta “palude Salvia”, presso Roma (poi detta Tre Fontane, nome derivato dai tre zampilli sgorgati quando la testa mozzata rimbalzò tre volte a terra); i cristiani raccolsero il suo corpo seppellendolo sulla via Ostiense, dove poi è sorta la Basilica di San Paolo fuori le Mura.

  “San Péval di Segn”, come è stato ribattezzato nel dialetto nostrano, ha origini antiche e vuole richiamare l'attenzione su quei “segni” provenienti dalla Natura che gli agricoltori cercavano di leggere e interpretare.  Si trattava di una sorta di previsione di come sarebbe andato l’anno per i raccolti e, più in generale, per la comunità. Da questi segni si cercava di prevedere il tempo delle diverse stagioni, la salute dei cittadini, la carestia o l’abbondanza dei raccolti, addirittura la guerra o la  pace. Scrutando il venticinquesimo giorno di gennaio nei suoi eventuali cambiamenti si poteva prevedere, ad esempio, per i raccolti: l’abbondanza (se c’era pioggia); la carestia (se c’era sole); un’annata normale (se era nuvoloso). In generale, una giornata di vento era presagio di guerra; una giornata di nebbia preannunciava un anno poco propizio per la salute.

 In alcune zone del forlivese si diceva che per S. Paolo bruciassero le scarpe vecchie per proteggere i piedi dall’attacco delle vipere e dei serpenti di campagna.

Secondo un'antica credenza contadina, nella notte del 25 gennaio le bisce si svegliano dal letargo e mettono la testa fuori dal buco. Ciò è detto «la conversa», perché in tale data ricorre la conversione di San Paolo.  

San Pèval ad che dè e sgnarà tòt quel che int l'an è suzdarà.

San Paolo in quel giorno segnerà  tutto quello che nell’anno succederà.

 

Nu guerda né mal calandri, né mi calandròin, mo guèrda me’ dè ad san Pavlòin.

Non guardare né alle calandre, né ai calandrini, ma guarda al giorno di San Paolino.

 

San Paèval di segn l’à da sgné, vòint volti t’un dè l’à da cambié.

San Paolo dei segni deve segnare, venti volte in un giorno deve cambiare.

 

Se e’ dè ‘d san Paèval l’è sren, tot la zenta la starà ben; se e’ vent e tirarà, la guèra la s’farà; se e’ vent e toira fort, e sarà una guèra se’ mort; se ven la nèbia e l’an va vì, l’è segn sicheur ad murì.

Se il giorno di san Paolo è sereno, tutta la gente starà bene; se il vento tirerà, la guerra si farà; se il vento tira forte, sarà una guerra col morto; se viene la nebbia e non va via, è segno sicuro di moria.

Se per San Paolo è sereno, abbondanza avremo.

Se il giorno di San Paolo è sereno
godrem l'annata e l'abbondanza in seno;
ma se fa freddo: guerra avremo ria
e se nevica o piova: carestia.

La giornata chiara di san Paolo è indice di un anno ricco di messi;

se ci sono neve o pioggia è segno del tempo di carestia;

se la giornata sarà ventosa, ci sarà discordia tra i popoli;

se sarà nuvolosa ci sarà moria di animali. (Detto del 1480)

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