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Racconti nella stalladi Piero Maroni  

  Quando l'inverno raggiungeva il suo culmine freddo e i venti gelidi da Nord-Ovest (e' carnasòin,) imbiancavano l'ambiente esterno con abbondanti nevicate, il rifugio più sicuro ed economico diventava la stalla. Il fiato dei buoi, delle vacche e dei vitelli riusciva a creare un clima caldo ed accogliente per cui non solo gli abitanti della casa contadina, ma anche le famiglie del vicinato, vi andavano a trascorrere gran parte della giornata godendosi fino in fondo quel tepore naturale a zero costo.

  Era un'estensione di quelle veglie serali (la vègia) in cui al lume della lampada a petrolio appesa ad un trave, la famiglia si ritrovava dopo una cena, consumata al primo calar del buio serale, per rompere la noia del tempo invernale fra chiacchiere degli adulti, lavori in gran parte femminili  e racconti dei nonni per intrattenere i più piccoli.

 Ma per tutti il piacere più grande era ritrovarsi nella stalla, consentiva un importante risparmio di legna e il sicuro piacere della compagnia,  per i bambini poi c'era sempre una mangiatoia riempita di paglia su cui sdraiarsi, giocare e addormentarsi.

 A volte i ragazzi più grandi, con la scusa di  far divertire i bambini, legavano due funi ad una trave e approntavano l'altalena (la daènza), però poi erano sempre loro ad occuparla; le donne erano spesso intente a filare la rocca o sferruzzare (a faè dagocc); gli uomini intrecciavano cesti di vimini o impagliavano le sedie, a volte giocavano a carte; le giovani attendevano ansiose l'arrivo dei giovanotti che alcune sere giungevano in bicicletta e bussavano alla porta della stalla chiedendo se c'erano ragazze da maritare e, in questo caso, anche la possibilità di poter partecipare ad un'ora di veglia. Se tale presenza non era gradita, la risposta più comune era: “Na, avem finoi e' petroli, a s'andem a lèt ènca nòun!”  (No, abbiamo terminato il petrolio, andiamo a letto anche noi!).

  Nelle giornate però in cui la neve scendeva ininterrottamente e il bianco manto copriva ogni cosa, la permanenza nelle stalle  iniziava al mattino e si protraeva fino a sera inoltrata senza interruzione di sorta, consumando le vivande che si erano portate nel cestino, oppure uno della famiglia ritornava a casa, preparava pasta e fagioli e la riportava ancora calda in una o più gamelle.

  A volte il colono offriva ceci e sementine abbrustolite (la bustargheda o bustrigheda) accompagnate da un bicchiere di vino o di brulè caldo e fumante, più spesso però si beveva la “birèla”, una specie di vino che si otteneva dal lavaggio delle vinacce dopo che erano state già un paio di volte spremute.

  E quando a notte inoltrata ci si avviava verso le proprie dimore, il saluto più usuale agli ospitanti era: “Bonanòta e graèzia de' caèld!”. (Buonanotte e grazie del caldo!).

  Ad animare quelle giornate capitavano a volte curiosi tipi che apportavano una nota di colore e imprevedibilità. Uno di cui ricordo ancora nitidamente le caratteristiche, era un ometto che proveniva da Gambettola, arrivò un giorno in bicicletta sotto una nevicata fitta e si installò nella stalla dei “Puveta” (Nucci), una famiglia contadina la cui casa era poco distante dalla nostra. Costui solitamente dormiva sulla paglia di una mangiatoia tra i buoi e le vacche, quella volta si trattenne per qualche giorno mangiando alla tavola con la famiglia del contadino. Non ho mai saputo quale fosse il suo nome e cognome, per tutti era solo “Bucacini”.

  A quel tempo avevo 6-7 anni di età e per me la sua presenza era sinonimo di festa, l'attività che più mi divertiva era la caccia ai passeri. Ce n'erano tanti che d'inverno svolazzavano in cerca di cibo attorno alla casa colonica e tanti lui ne catturava per consegnarli alle donne di casa e garantirsi così la cena.

  La caccia più coinvolgente era quella con l'asse del bucato. Ripuliva un lembo di terra dalla neve nei pressi di un pagliaio, sistemava la pesante asse che si usava per sbattere i panni durante il risciacquo e la sistemava per il lungo su un fianco appoggiata ad bastone che la teneva sollevata da un lato. Legata al bastone vi era una lunga fune (la sparzòina) che arrivava fino alla finestra della cucina dove insieme avevamo preso postazione e di qui controllavamo il movimento dei passeri che venivano attirati sotto l'asse dai chicchi di grano che aveva abbondantemente sparso con cura. Quando ve n'erano un buon numero, con uno strattone deciso tirava a sé il bastone e l'asse cadeva sui passeri, uccidendoli sul colpo.

  Un'altra astuzia era di prendere un lungo pelo dalla coda di un bue, arrotolarlo poi a guisa di spirale e fissarlo in una piccola buca scavata nel pagliaio, il passero che vi si inoltrava in cerca di cibo finiva strozzato dopo inutili tentavi di liberarsi.

 Disseminava poi, intorno ai pagliai, piccole trappole di fil di ferro che si compravano nelle ferramenta per poche lire e così, prima che scendesse il buio, si era procurato la cena per sé e per quelli della casa.

 Immagino che oggi molti storceranno il naso di fronte a queste pratiche, ma non era, allora, cattiveria, crudeltà o divertimento, era il bisogno di cibo a poco prezzo a motivare la cattura.

  Col buio della sera ci si ritrovava tutti nella stalla al lume della lampada a petrolio, a volte mia nonna deliziava i pochi bambini con favole divertenti, ma più spesso si ascoltavano i racconti dei grandi, sempre pieni di fatti spaventosi e presenze inquietanti: là ci si sentiva (u si sint), più in là ci si vedeva (u si vòid), sembrava il mondo popolato di morti vaganti, spiriti inquieti e fantasmi tristi.

 “Bucacini” ne aveva sempre da raccontare, c'era una storia che a lungo mi terrorizzò nel buio delle notti della mia fanciullezza, narrava di un suo amico che aveva saputo che per costruire un valido richiamo per le quaglie (e' quajarul) invece di usare una canna per il fischietto, ci voleva un osso di morto.

  E l'amico di notte saltò la mura di un cimitero di campagna, entrò spavaldo e senza timori  nell'ossario forzando la porta d'ingresso e si impossessò di un osso di morto, con quello si costruì il richiamo e una notte di giugno si appostò in un campo di grano maturo. Ogni volta che lo azionava sentiva la terra tremargli sotto i piedi e le quaglie precipitare al suolo come grandine d'estate. Vedeva in cielo e attorno a sé lampi di fuoco, sentiva grida soffocate e lamenti strazianti.

 Non raccolse neanche una quaglia, spaventato gettò il richiamo in un fosso e fuggì terrorizzato, ma da quella volta non riusciva più a riposare, le sue notti erano colme di incubi, rumori e lamenti, finché si decise di andare a recuperare l'oggetto e riportare l'osso laddove l'aveva prelevato. Solo allora riuscì a trovare la pace.

  Nei giorni che “Bucacini” rimaneva ospite nella stalla, nei dintorni si verificava sempre una sensibile diminuzione della presenza dei gatti, ricordo che i grandi ne parlavano tra di loro, ma sommessamente quando erano presenti dei bambini, un bisbiglio al quale nessuno di noi dava ascolto.

  Un pomeriggio, mentre di fuori nevicava copiosamente, attirato da un intenso profumo di carne in cottura, entrai nella cucina dove l'azdòura della casa contadina stava rimestando in un largo tegame di terracotta. “Che buon odore, cosa state cuocendo?”.

 Chiesi con l'acquolina in bocca.

“Un coniglio”, mi rispose, “ne vuoi un pezzo?”.

Naturalmente lo accettai di buon grado.

“Ti piace?”.

“Orca che sì, è buonissimo!”.

“Lo vuoi sapere? Non è coniglio, è gatto, hai mangiato il gatto!”.

  Piansi e sputai per ore e tra i singhiozzi trovavo il tempo per urlare:

  “Che schifo, che schifo, non mi piace il gatto, non mi piace...!”.

 E continuavo a sputare per terra.

 Nessuno però condivise il mio pianto o fece qualcosa per consolarmi, anzi ridevano tutti i presenti accorsi nell'udire la mia disperazione.

  In quel tempo cani e gatti non erano animali da compagnia, nella casa contadina avevano una loro precisa funzione, il cane era la guardia dell'insediamento, doveva abbaiare di notte ai ladri, alle donnole e alle faine che se entravano nel pollaio potevano far strage di galline e pulcini; i gatti dovevano cacciare i topi, liberi di muoversi e procreare, ma quando la gatta partoriva, normalmente gliene se ne lasciava uno maschio, degli altri se ne sbarazzavano senza alcun patema, uno alla volta si lanciavano in aria e lasciati cadere a terra morivano sul colpo oppure si infilavano in un sacchetto di tela e si affondavano nell'acqua del più vicino fiume o fossa.

 Nel bene e nel male, la stalla durante il lungo inverno diveniva un centro di vita attiva e partecipata, ci si scambiavano conoscenze ed esperienze che andavano ad alimentare il patrimonio comune di quella cultura popolare che, per via orale, si tramandava da persona a persona, da padre in figlio, da luogo a luogo e di cui se ne riportano alcuni esempi.

 (Continua)

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