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di Piero Maroni  

PRESENTAZIONE

Come s'era fatto riferimento nel breve commento alla poesia di Brecht, le storie che seguono, si possono definire “fatte in casa”, nel senso che queste vicende e queste persone sono note solo a chi appartiene a quel ristretto ambito familiare, in questo caso, il mio. Non sono grandi personaggi, nessuno di loro è mai uscito dal consueto anonimato e di loro nessuno mai ne ha cantato le gesta, anche perché nulla emerge di così elevato da meritarsi un posto significativo nella storia del mondo. Essi sono coloro che la storia l'hanno subita, usi ad eseguire ciò che altri comandavano e a cui non potevano opporre alcuna resistenza, ingoiando, con rassegnazione e sopportazione del dolore, lutti e tragedie connaturati ad una vita grama dove l'esistenza era spesso un peso duro da sopportare e la battaglia da vincere era per la sopravvivenza propria e del nucleo familiare di appartenenza.

Questo era quanto accadeva nei tempi più lontani di questa narrazione, poi il progresso e l'emancipazione conseguente hanno indotto nuovi stili di vita, ma se “noi” discendenti di quei nonni e bisnonni siamo pervenuti a superare l'antica miseria, non si creda che in questa nuova e moderna società sia scomparsa la povertà e cancellato il dolore che scaturisce dalla mancanza di adeguati mezzi per rispondere alle ovvie e più elementari esigenze di vita quotidiana.

Tanta, troppa gente di questo nostro mondo colmo di opulenza e sprechi assurdi, vive ancora in una situazione di estrema precarietà, dove la lotta per la sopravvivenza è ancora il tema del giorno e dove, molto frequentemente purtroppo, non rimane altro che raccogliere i cadaveri di chi non ce l'ha fatta in luoghi degradati o, spesso, sul fondo del mare con ancora tra le braccia il corpo dei piccoli figli.

L'intenzione, nel raccontare alcune storie della gente della mia razza, è che riflettendo sul nostro passato prossimo, comune a molti individui di questa società, si abbia maggiore consapevolezza del presente e si faccia il possibile senza troppi egoismi, affinché per tutti sia garantito il diritto di non dover morire per poter vivere.

LA  ZENTA  DLA  MI  RAZA

DALL' ALBUM DI FAMIGLIA

Casadei Maroni 1922

1922 - Casadei  ? e Maroni Rosa, sorella di mio nonno paterno Fanòin (Giuseppe). Al centro Pietro, (Pirin) morto nel 1944 a 22 anni durante il servizio militare e di cui ho rinnovato il nome in ossequio alla tradizione che voleva che l'anima del defunto tornasse a rivivere nel più prossimo nato della casata. Uno degli ultimi retaggi di quell'antica concezione, forse di origine celtica, che intendeva la vita come un moto circolare che non aveva mai fine, simile al percorso del sole: nasce, si alza, muore ma al mattino seguente rinasce e la vita continua.

Quanta zenta par faè la zenta

U j è dal volti ch'a m'un pòs sgavagné 'd guardaèm int e' spècc,

u n'è e' mèi, mo s'am voi daè 'na radanaèda, bsògna guardaèla sta faza da vècc.

Mo e' mi signòur, pu puch ch'j è i cavel, e' mi nòn a utant'an u n'avòiva 'd piò,

sa l'òs-cia da coi ch'avrò ciapaè, da e' mi ba? A la mi età l'era zà mort, boh, a ne sò!

Cio, e maènch a pòs doi ch'an gn'a sarmei de' caènt dla saleuta,

e quèst l'è un ben parchè leu sta furteuna un la j à veuda.

E tot ch'al bòursi sòta j occ? Mo da coi ch'avrò ciap ch'an l'ò capoi ancòura?

La mi ma 'd là di nuvaènta la n'à maènchi 'd mè, da lì dòunca na, e alòura?

Èh sé, t'é voja tè a zarcaè da coi ch'e t'é ciap quèst o quèl, lasa staè,

trop int sta storia par rivé ma tè j à cnu lavuraè.

Una matòina 'd quant ch'a feva scola mi burdel, par faèi capoi la leziòun,

ai feva vdòi s'un disegn, quanta zenta ch'u j era drì da nòun.

A feva un burdèl ma la lavagna e: “Fé còunt che eun 'd vuilt e sipa quèst,

par faè quèst u j è vleu du geniteur.”. E ai feva un mèz scarabòcc par faè prèst.

“E par  faè i vost geniteur, ui n'è vleu agl'j elt quatar, che par vuilt l'è i non.”.

E zò d'ilt disegn. “E par faè i non? J era in òt, i vost bisnon.”.

Andeva avaènti  acsè e par fèi staè tot a feva dal cròusi pursì

e ai giòiva che bsugneva sempra rindupié sa vlimi andaè ancòura d'indrì.

E quant che la lavagna la era tota pina 'd scarabocc ch'ui n'era culsadio,

un burdlin um fa: “Maestro, ma c'è voluta tutta quella gente per fare... io?”.

“Eh sé puròin, nòun 'd sta pienta granda a sem snò l'eutum frot,

  pansé quant ch'a saresmi in fameja s'j aves campaè tot!”.

E sareb però staè bèl a cnòs quei ch'j è vneu pròima 'd nòun,

a savòi al su storji, sèl ch'j à fat, mo par ardeusi ma tot un bastareb un capanòun.

Òs-cia at fat loibar ch'us faria e pu a capiresmi coi ch'u sa fat acsè,

ad coi ch'l'è la coipa di voizi e e' mèrit dal virtò ch'avem ciapaè!

Mè un po' 'd sturièli a li ò truvaèdi, un po' a li ò campaèdi,

e quèli ch'a n'ò cnuseu parchè a ni s'era o tròp znin, i m'li à racuntaèdi.

Quanta gente per fare la gente

Ci sono delle volte che non mi posso sottrarre dal guardarmi nello specchio,

non è il meglio, ma se voglio rassettarmi, bisogna che guardi questa faccia da vecchio.

Oddio, come pochi son diventati i capelli, mio nonno a ottant'anni ne aveva di più però,

ma da chissà chi avrò preso, da mio babbo? Alla mia età era già morto, mah, non so!

Ohi, almeno posso dire che non gli assomiglio per ciò che riguarda la salute,

e questo è un bene perché lui  fortune simili non le ha avute.

E tutte quelle borse sotto gli occhi? Ma a chi  assomiglierò che non l'ho capito ancora?

Mia mamma, ben oltre i novanta, ne ha meno di me, dunque da lei no, allora?

Eh sì, hai voglia tu a cercare da chi hai ereditato questo o quello, lascia stare,

troppi in questa storia per giungere a te han dovuto lavorare.

Una mattina di quando insegnavo ai bambini, per far loro capire la lezione,

facevo vedere loro con un disegno, che per arrivare a noi c'erano state tante persone.

Abbozzavo un bambino alla lavagna e: “Fingete che uno di voi sia questo,

per fare questo ci sono voluti due genitori.”. E facevo uno scarabocchio per fare presto.

“E per fare i vostri genitori, ce ne son voluti quattro, che per voi sono i nonni.”.

E via ancora altri disegni.“E per fare i nonni? Erano otto, i vostri bisnonni.”

Procedevo così e per farci entrare tutti facevo delle croci purchessia

e dicevo che bisognava sempre raddoppiare se volevamo procedere secondo la teoria.

E quando la lavagna era tutta piena di scarabocchi e ce n'erano che lo sa dio,

un bambino mi dice: “Maestro, ma c'è voluta tutta quella gente per fare...io?”.

“Eh sì, poverino, noi di questa grande pianta siamo gli ultimi frutti,

pensate quanti saremmo in famiglia se fossero campati tutti!”.

Sarebbe però stato bello conoscere quelli che sono venuti prima di noi,

conoscere le storie, cosa han fatto, per ospitarli tutti non basterebbe un capannone poi.

Orca che razza di libro si potrebbe scrivere e capiremmo perché così siam fatti,

di chi è il merito delle virtù ereditate e la colpa dei vizi contratti!

Io un po' di cose le ho rinvenute, un po' le ho campate,

e quelle che ignoro, perché non ancora nato o troppo piccolo, me le hanno raccontate.

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