È gelata l'aria sul far del giorno e la vita riprende, alcuni americani di età matura, uomini e donne, svegliano il campo con risate rumorose di ignota motivazione, fa niente, comunque fra poco ci sarà l'assemblea, sicuramente verrà dato il via per Sarajevo, tanto vale cambiarsi d'abito, andiamo in città e, se pure rovinata dai bombardamenti, non è bello e decoroso presentarsi con abiti sporchi e finora mai tolti di dosso. Ecco, si raschia il fondo dello zaino, questa è la maglia giusta, questi i pantaloni adatti, le scarpe no, non c'è il ricambio, ma...c'è qualcosa che non va... perché quelle ragazze piangono? Perché nessuno ride più?
Non si va... la guerra è ripresa...don Albino l'ha detto, si deve rinunciare!
Dall'assemblea provengono urla stizzite, c'è molta, molta rabbia e nervosismo, non si ragiona più, si grida, ci si accusa di codardia, il gruppo si spacca in due: chi vuole procedere a tutti i costi verso la città e chi, amaramente, ammette l'impossibilità di proseguire, i rischi sono troppi, un'auto che era andata in avanguardia è stata colpita due volte e si notano i buchi delle pallottole nella carrozzeria.
Che tristezza sulla via del ritorno a Spalato, ci sentiamo sconfitti senza aver combattuto, quelle stesse armi che ogni giorno uccidono vite umane, hanno ucciso il nostro desiderio di pace!
L'avvilimento è però un lusso che deve durare poco, c'è ancora tanto da fare, la nostra missione non può finire così e subito si indica una nuova meta: MOSTAR, là la guerra è terribile, si combatte porta a porta, stavolta non possiamo fallire, nessuno ci fermerà.
La speranza si ravviva, qualcuno pizzica una chitarra, qualcun altro canta sottovoce una canzone di pace, la conosciamo tutti e il coro si alza possente e quasi liberatorio.
Rieccoci a Spalato, la sosta è però breve, domattina saremo a Mostar, conviene quindi partire subito con destinazione Medjiugorje, dove si pernotterà. Ma il nostro pullman è lento e alle dieci di sera siamo ancora lontani dall'obiettivo e molto stanchi.
Giungiamo a Makarska, una stupenda città sul mare, piena di alberghi e pensioni, ottima per una vacanza in tempo di pace, per questa sera qualcosa troveremo, turisti in giro non ce ne sono.
Trentamila lire una camera con bagno e colazione in un albergo di gran lusso con giardino e piscina, noi però non siamo turisti in vacanza, non ci pare opportuno, meglio dormire sul marciapiede o in pullman, non tutti però condividono la scelta, c'è chi sceglie le comodità, io dormo rannicchiato nel pullman su due poltrone con altri che han preso la stessa decisione!
Ci sveglia un forte boato, è un tuono, non fa male! L'acquazzone e l'aria frizzante sembrano rinvigorire il vecchio pullman: Medjiugorje è raggiunta, ci riuniamo agli altri pullman, veloce colazione e via alla volta di Mostar.
E subito iniziano le difficoltà, i militari croati ci fermano ad un posto di blocco, non vogliono farci passare; ci vorranno ben sei ore di trattative, il tentativo di stroncare la pazienza dei pacifisti stavolta non è riuscito, vogliamo fortemente entrare nella città e finalmente il permesso firmato viene concesso: dieci pullman e basta, niente auto o altri mezzi, trecento persone rimangono al posto di blocco ad attendere.
Durante le ore di attesa, siamo scesi per andare a visitare la cittadina che ospita le famose apparizioni della Madonna, la guerra però è giunta fin lì tra case, negozi, bar e chiese, tutti gli usci sono sbarrati, strade deserte, non un'anima viva s'è vista in quel luogo per molti sacro, ma evidentemente, non per le armi.
Riprendiamo la strada per Mostar, superiamo la cinta collinare che circonda la città, dall'alto non si vedono segni di devastazione, ma già all'ingresso in periferia ci appaiono case sventrate e muri neri di fumo e crivellati dalle pallottole.
Le strade sono deserte, di tanto in tanto qualche vecchia auto senza targa sfreccia veloce, sono giovani militari.
Il crepitio delle mitragliatrici non cessa un attimo, a volte vi si sovrappone un isolato colpo di cannone, in un piccolo cimitero quasi al centro della città, uomini in divisa militare stanno seppellendo due bare, mentre tutto attorno è rovina. Eccola la guerra, qui si muore; ci assale un profondo senso di disagio, l'emozione è forte, all'interno del pullman regna un profondo silenzio, quasi si trattiene il respiro.
L'emozione raggiunge il colmo quando seduti sul sagrato della cattedrale cattolica ascoltiamo le parole di pace di uomini di fedi e religioni diverse, mentre si ode a poca distanza il suono sinistro della battaglia che infuria.
Ci rendiamo conto di come l'odio tra i contendenti abbia raggiunto limiti insopportabili, il vescovo croato che si rifiuta di porgerci un breve saluto perché nessuno della nostra organizzazione ha voluto elogiare la difesa della cristianità dall'assalto dei feroci musulmani e, quasi comico, per non dire paradossale, la presenza del sagrestano vestito con una tuta mimetica che con una mano regge una corona per il rosario e con l'altra stringe un kalashnikov.
Siamo solo noi sulla piazza, poi qualche anziana signora del posto si affaccia timidamente, altre si avvicinano, ci mostrano foto di giovani uomini, sono i loro figli, morti negli scontri e piangono sommessamente.
Pian piano il piazzale si anima, frotte di bambini in bicicletta conferiscono all'avvenimento un tono di festa, regaliamo loro le nostre bandiere coi colori della pace e con quelle in mano e una pistola di plastica nell'altra, giocano a fare la guerra, che assurdità!
Il tempo concesso è volato via, si riparte insoddisfatti, avremmo voluto dialogare con entrambe le parti in guerra, cosa impossibile. La popolazione di fede musulmana è di là del fiume, i ponti sono distrutti e le pallottole creano una barriera invalicabile, avremmo desiderato un maggior contatto con la gente di Mostar, ma erano impegnati a combattere.
Fuori città ridiscendiamo dai pullman, marceremo a piedi fino al posto di blocco incontro a coloro che non son potuti venire con noi.
Sopra le nostre teste una nuvola nera si arrotola su se stessa, un tuono secco e un violentissimo acquazzone si abbatte sulla lunga teoria dei pacifisti in marcia. Da un pertugio tra le nuvole, un raggio di sole va a stampare un incredibile arcobaleno sulle colline circostanti. Per tutti è un segno beneaugurante, due Francescani a piedi scalzi dietro di me, vi vedono la mano di dio e lo ringraziano pregando ad alta voce, due minuti dopo si scatena una furiosa grandinata che picchia con grossi chicchi di ghiaccio sulle teste, sui visi e sulle mani... e fanno male!
Al bar in fondo alla strada sembriamo reduci da un naufragio in mare alto, persino la biancheria si può strizzare. In uno stretto corridoio tra puzza di sudore e di capelli bagnati, rinnoviamo il vestiario come si può. E si ritorna a Spalato, a dormire nei sacchi a pelo sulla collina polverosa, se anche lì non è piovuto.
La nostra missione di pace è giunta al termine, non c'è più nulla che qui ci trattenga, i più si stanno preparando per il ritorno in patria, la nave salperà alle 20 dal porto.
Abbiamo realizzato azioni importanti, ma Sarajevo non l'abbiamo raggiunta, è per me un pensiero angoscioso, è come aver mancato ad una promessa.
Donne di quella città, profughe nel nostro territorio, mi avevano affidato col cuore in mano, lettere, messaggi, fotografie e materiali per la pulizia personale da consegnare ai mariti, ai figli e ai parenti “prigionieri” nella città assediata, ed ora quella borsa di plastica che ho portato sempre con me, pesa come un macigno.
Pare si avanzi una ulteriore possibilità, due pullman sono disposti a partire, siamo in tanti ad aderire all'iniziativa, bisogna allora stabilire criteri di scelta.
Nell'assemblea del pomeriggio è con noi un francese funzionario dell'O.N.U. proveniente da Sarajevo, dove ritornerà fra un paio di giorni. Ci informa che aerei americani sono pronti per bombardare le postazioni serbe sulle colline attorno alla città, gli abitanti non gradiscono la nostra presenza perché temono metta in forse l'atteso bombardamento, solo il leader delle truppe serbe ci invita a proseguire, il pensiero di tutti è che ci voglia poi prendere come ostaggi per scoraggiare azioni pesanti nei loro confronti.
Valutati i pro e i contro, si decide di rinunciare, consegno la mia borsa di plastica al signore francese, mi assicura che verrà distribuita alle persone in indirizzo.
Al porto la nave è pronta per accoglierci, dalla banchina sembra enorme, a bordo invece non si troverà neanche uno spazio utile per distendersi.
Spendiamo gli ultimi svalutati dinari per una cena calda e un bicchiere di vino, a mezzanotte si sta ancora discutendo e valutando la nostra esperienza, i pareri sono discordi, in tutti vi è però una forte frustrazione per aver mancato l'obiettivo di partenza.
È l'alba, un grande sole rosso si alza dal mare e tinge l'acqua increspata dalla scia della nave.
Laggiù in fondo, lontano, ma neanche troppo, dove cielo e mare si confondono, c'è una terra dove uomini combattono altri uomini e a centinaia muoiono sotto i colpi di sofisticate armi da fuoco e mentre noi ci apprestiamo a riprendere la placida e comoda vita di sempre, là invece, chissà quanti e in una mattina come ne avranno tante di questi tempi, si saranno destati con il terribile pensiero di dover fare attenzione per evitare di farsi ammazzare.
Al porto di Ancona ci accoglie uno sventolio di bandiere multicolori, sono gli amici rimasti in patria, si scende, ci si abbraccia, ancora pochi attimi e poi tutto è come prima... o forse no, almeno per noi!

























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