Una organizzazione con sede a Padova, i BEATI COSTRUTTORI DI PACE, aveva organizzato una marcia pacifista con destinazione SARAJEVO, città della Bosnia che da più di un anno subisce assedio e bombardamenti quotidiani.
Lo scopo era di testimoniare a quella gente che non tutti gli uomini sono belve e che la solidarietà non è ancora morta e chissà che la nostra presenza non avesse determinato qualche giorno di pace.
C'era chi mi diceva che ero un pazzo ad andare in zone di guerra con quattro figli a casa, ho però pensato che se la guerra fosse stata a San Mauro, sarei stato molto felice di vedere che qualcuno cercava di occuparsi dei miei figli e che, in qualche modo, tentava di aiutarci.
Dunque la PACE era cosa che mi riguardava, non potevo non andarci.
L'appuntamento con gli amici di Cesena e Forlì, coi quali da diverso tempo ci frequentiamo per stabilire a subito un rapporto di condivisione e fiducia reciproca è al casello autostradale di Rimini Nord. Lo zaino è colmo all'inverosimile, deve contenere tutto ciò che può servire per una decina di giorni, compresi i viveri, stuoia e sacco a pelo. Ci si riunisce ad Ancona, in un salone grande quanto una piazza, siamo in tanti e fa un caldo terribile.
Un folto gruppo di spagnoli pare non avvertirlo, giocano a pallone e urlano e corrono come bambini felici. Si consuma un pasto caldo a mezzogiorno e poi segue la prima di una lunga serie di assemblee dove ci viene comunicato che sulla nave non c'è posto per tutti e così, visto che il gruppo dei romagnoli ha trovato ospitalità sul pullman coi volontari di Bologna, non resta che portarsi ad Ortona con loro dove è stata prenotata un'altra nave.
Si va e alle dieci di sera si parte, a bordo si respira un'aria di cordialità e di amicizia; alcuni dormono nei sacchi a pelo sul ponte, ma è molto umido, meglio rannicchiarsi sui divani del ristorante, non è un gran ché, ma qualche ora si riesce a dormire.
È l'alba e il sole colora di rosa le acque del mare, la nave fila veloce e già siamo in vista delle isolette che ci annunciano il porto di Spalato.
Ci prepariamo a sbarcare, intanto, dal basso, gruppi di pacifisti con bandiere variopinte e striscioni ci attendono festosi. Siamo dunque nella ex Jugoslavia, teatro di una guerra orrenda, giovani soldati in divisa si incontrano ovunque lungo le strade del porto, sembrano giganteschi e con sguardi minacciosi, quasi tutti siam presi da una pungente inquietudine.
La lunga teoria dei pacifisti attraversa la città per raggiungere il campo base: una collina brulla e polverosa sulla cui sommità crescono scheletrici pini, insufficienti persino a fare un po' di ombra. E cicale e polvere, ognuno che passa solleva nuvolette di fumo secco e saremo quasi un migliaio. I cessi sono laggiù in fondo al campo, sono quattro cabine-tenda, ciascuna contiene un bidone di plastica con un po' d'acqua, i bisogni si devono espletare qui per non lordare il poco spazio a nostra disposizione, un poco più a destra ci sono tre rubinetti collegati all'acquedotto e due docce in belle vista che poco nascondono.
Tra un'assemblea e un giretto in città si fa sera, per chi vuole c'è la messa sotto un alto pino poco distante, al termine un'altra assemblea che diventerà drammatica e segnerà tutto il corso della missione.
L'organizzazione francese si ritira, la guerra è troppo cruenta, non si può passare laddove si combatte, partire vuol dire correre verso un sicuro massacro.
È vero, conferma don Albino Bizzotto dei Beati Costruttori di Pace, ma noi tentiamo lo stesso, almeno fino a Prozor, sui pullman i posti per tutti non ci sono, perché la ditta che aveva promesso di fornirli, visto il cruento evolversi della guerra, non li vuole rischiare e così si sono rimediati pochi vecchi arnesi che chissà se giungeranno a destinazione, cioè Sarajevo, quindi chi sceglie di partire sappia che può seriamente andare incontro al peggio, persino la morte.
Siamo tutti preda di un'angoscia profonda, la scelta è sconvolgente, molti non accettano questa impostazione, vorrebbero cambiare la realtà, ma non sapendo come si dà inizio ad una assemblea che durerà per l'intera notte con toni anche contrastanti e polemici.
Sono le 6 del mattino, si fa luce, quasi nessuno ha dormito ed è ora di avviarsi, ma i pullman sono bloccati, molti gridano che nessuno deve partire per andare a morire.
Finalmente qualcuno dell'organizzazione chiarisce meglio: si va a Prozor dove al momento non c'è guerra, di lì si vedrà se sarà possibile continuare, ma, sia a tutti chiaro, che i rischi rimangono e solo alcuni volontari dei vari gruppi possono salire sui pochi pullman disponibili e rinvenuti chissà dove perché le agenzie croate che li avevano promessi, hanno poi annullato la fornitura all'ultimo momento.
Del gruppo dei 17 romagnoli, partiamo in tre, salutiamo gli amici con un nodo alla gola e alle nove prendiamo la strada che ci deve portare a Sarajevo.
Pochi chilometri e su una collinetta, l'acqua del radiatore del nostro pullman va in ebollizione, sarà così per tutto il viaggio, ogni tanto siamo costretti a fermarci per raffreddare il motore, son vecchi arnesi quasi inutilizzati, del resto nessuno avrebbe rischiato una corriera efficiente in una situazione del genere. Altre volte ci fermano i soldati croati ai posti di blocco, oppure dobbiamo attendere che transitino i convogli delle forze dell'O.N.U. che trasportano viveri e medicinali.
Attraversiamo vallate stupende e paesaggi da sogno, ma ci attendono le montagne e la strada diventa poco più di una mulattiera da poco tracciata per le nuove esigenze, è tutta sassi, buche e curve strette, si ha le netta impressione che non arriveremo mai alla meta prefissa.
Tredici ore sono trascorse dalla partenza, ho mangiato solo due biscotti che mi sono stati offerti dal mio vicino di posto perché il mio zaino è rimasto sepolto sotto tutti gli altri in fondo al bagagliaio.
Prozor è una cittadina che si stende attorno ad uno stupendo lago artificiale sulle cui rive allestiamo il nostro campo provvisorio. Non ci sono alberi, né tende, né tettoie, inoltre piove e fa freddo, lo stomaco brontola rumorosamente e quasi verrebbe voglia di disperare, ma non è il caso. Poco lontano è parcheggiato un camion di tre ragazzi tedeschi che procedono con noi, ha ruote altissime e può essere un buon riparo per la notte.
Siamo in cinque accucciati lì sotto a mangiare scatolette, un ragazzo marchigiano si prepara un piatto di pasta e fagioli con un minuscolo fornelletto a gas da campeggio.
È buio pesto, neanche un lumino si vede in giro, quando la quiete del campo viene rotta dai boati di due cannonate, si sentono vicinissime, chissà dove saranno dirette! In lontananza, dietro il monte, il cielo della notte si accende ad intermittenza, ma non si odono rumori: non sapremo mai se erano bagliori di cannonate o lampi di nuvole estive.
C'è un'assemblea al lume delle pile, prende la parola padre Fabrizio per informarci che a Gornj Vakuf non si transita, in quella zona si combatte rabbiosamente ed altra via non esiste per noi.
Intanto giovani soldati con la divisa dell'esercito croato hanno sequestrato un'auto dell'organizzazione e più tardi, mitra alla mano, ritorneranno al campo e ne sottrarranno un'altra, sapremo poi che erano milizie irregolari, praticamente dei banditi. Rabbia, delusione e paura sono i sentimenti che attraversano il gruppo e c'è un altro avvertimento da osservare, bisogna tenere le gambe ben sotto il camion perché se ritornano i soldati con le auto e le moto di cui dispongono, non prestano attenzione agli ostacoli che incontrano.
Siamo però stanchi, molto stanchi, i sacchi a pelo sono stesi sotto il camion e il sonno ci prende rapidamente e profondamente.
La sveglia ci vien data da alcuni colpi di cannone e dalla nenia di preghiera di tre monaci buddisti con le teste rapate che si accompagnano percuotendo ritmicamente dei tamburelli che reggono in mano.
È un mattino grigio, umido, sui sacchi a pelo sono cadute gocce d'acqua miste all'olio del camion, anche i nostri capelli e le nostre facce sono unte di nero, ci si lava con salviette profumate che diventano subito scure e per le toilette...pochi metri più in là dove finisce il campeggio c'è un'ampia spianata, va bene per scaricare i nostri bisogni corporali, basta girarsi dalla parte del vuoto.
Qualche biscotto come colazione e poi ancora assemblea, lunga, interminabile, spigolosa.
Si parla in italiano e subito dopo traduzione in francese, spagnolo e inglese, perché ci sono partecipanti di queste nazionalità e tutti vorrebbero dire qualcosa, c'è da decidere il da farsi e nessuno ha un'idea precisa di come muoversi.
Alla fine, pur se tra tanti contrasti e polemiche, una strada è indicata: sulla sommità della montagna vicina, c'è una una caserma dell'O.N.U., andremo là e chiederemo con forza che ci venga concessa una scorta per Sarajevo.
Il luogo però non è affatto vicino, impieghiamo cinque ore per raggiungere la caserma, uno dei pullman perde olio, un sasso maligno ne ha scassato la coppa che è da sostituire ed ora è fermo sul ciglio della strada prima che due soldati americani vengano con un mezzo meccanico per trainarlo nella loro officina.
Dall'alto il lago si mostra in tutta la sua bellezza, dalle acque chiare spuntano numerose isolette verdi e da una di queste partono bombe sparate da un possente cannone lì piazzato, ora ci è chiaro da dove partivano i colpi della notte, poche centinaia di metri dal nostro campo e se i loro nemici avessero risposto al fuoco?
Meglio lasciar perdere e non pensarci più!
Fa freddo quando arriviamo alla caserma, del resto siamo sulla vetta di un monte e circondati da una fitta boscaglia, intanto che una nostra delegazione va a trattare col comandante della guarnigione, transita un convoglio di camion, provengono da Sarajevo, dunque si passa, la strada è sgombra e senza rischi eccessivi, a Gornj Vakuf non si combatte più. È certo dunque, domani partiremo verso la capitale bosniaca, là ci sono migliaia di famiglie che ci attendono e che ci ospiteranno e noi porteremo loro acqua minerale, medicinali, prodotti per l'igiene personale e gran parte dei nostri viveri che abbiamo diligentemente cercato di risparmiare per consegnarli a quella gente.
Il buio e il freddo della notte non scacciano l'euforia del gruppo, domani sarà un grande giorno: si canta, si ride, si scherza; rannicchiati nei sacchi a pelo in mezzo ad una piccola radura nel bosco, non abbiamo alcun timore della guazza notturna, né di altro.
























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